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Alla Festa dell’Unità il PD critica l’esecutivo: sul Medio Oriente accuse di «appiattimento» sugli USA di Donald Trump

Di Simone Ortolani

Ravenna – La crisi di Gaza è entrata prepotentemente nel dibattito politico italiano durante la serata del 1° settembre alla Festa de l’Unità di Ravenna, dove esponenti del Partito Democratico hanno accusato il governo guidato da Giorgia Meloni di «appiattimento» sulle posizioni degli Stati Uniti e di aver abbandonato il ruolo di mediazione strategica che l’Italia ha tradizionalmente esercitato nel Mediterraneo.

L’incontro, moderato dal giornalista del Corriere Romagna Carmelo Domini, ha visto la partecipazione dei deputati Pd Arturo Scotto e Ouidad Bakkali insieme a Letizia Zaccagnini, segretaria comunale dei Giovani Democratici. La discussione ha toccato i principali nodi del conflitto israelo-palestinese, presentando dati e testimonianze di drammatica attualità.

I numeri del conflitto e la mobilitazione civile

Dall’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, i morti a Gaza sono stati 63.000, in un territorio dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Tra le vittime si contano 23.000 bambini, mentre il 94% delle strutture sanitarie è stato distrutto o gravemente danneggiato.

Durante l’incontro si è fatto riferimento anche alla manifestazione di Genova del 30 agosto, dove circa 50.000 persone hanno partecipato a un corteo a sostegno della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. «Questa foto ci dà speranza», ha commentato Scotto, interpretando quella mobilitazione come un segnale che la società civile stia colmando «il vuoto lasciato dalla politica».

Le testimonianze dirette dal confine

Particolarmente toccanti i racconti di Ouidad Bakkali, che ha ricordato le missioni al valico di Rafah. «Abbiamo visto con i nostri occhi centinaia di TIR carichi di aiuti umanitari fermi: moduli abitativi, incubatrici, ausili per disabili, tutto bloccato», ha dichiarato. La deputata ha parlato di «parti cesarei senza anestesia» e della scelta drammatica di genitori costretti a nutrire i figli con mangimi per animali, situazioni che ha definito di «disumanizzazione totale».

Le critiche alla politica estera italiana

Le parole più dure sono arrivate da Arturo Scotto, che ha contrapposto la linea del governo Meloni a quella di precedenti esecutivi: «Nel 2006, durante la crisi tra Israele e Libano, l’Italia con Romano Prodi e Massimo D’Alema promosse la mediazione internazionale che diede vita a Unifil 2. Oggi i patrioti di Meloni tutelano solo gli interessi degli Stati Uniti, non quelli dell’Italia o dell’Europa».

Il parlamentare ha anche denunciato un «doppio standard» nelle sanzioni internazionali: «Sono due anni che chiediamo il cessate il fuoco a Gaza. Alla dittatura di Putin abbiamo applicato 18 pacchetti di sanzioni, a Netanyahu neanche mezzo». Un’analisi che ha suscitato consenso tra i militanti presenti, pur lasciando aperta la domanda su quali strumenti concreti l’Italia possa realisticamente utilizzare in uno scenario internazionale così complesso.

L’analisi europea di Bakkali

Ouidad Bakkali ha spostato l’attenzione sul ruolo dell’Unione Europea. Secondo la deputata, «dal 2010 in poi, con la cosiddetta crisi migratoria, l’Europa si è chiusa nella fortezza Europa». Per la parlamentare, il «sogno euromediterraneo» si è infranto e la questione palestinese è sparita dall’agenda politica europea, favorendo «un’etnicizzazione del rapporto con il mondo arabo» aggravata dalle tensioni legate al terrorismo.

La voce dei giovani democratici

Letizia Zaccagnini, in rappresentanza dei Giovani Democratici, ha rivendicato l’attivismo delle nuove generazioni. «La mia generazione si sta attivando perché non veniamo ascoltati», ha dichiarato, respingendo le accuse di antisemitismo rivolte a chi manifesta per Gaza: «È un modo per sviare dal problema». La giovane dirigente ha sottolineato l’impatto emotivo delle immagini del conflitto e come la mobilitazione di Genova abbia coinvolto anche persone non direttamente impegnate in politica.

Le prospettive politiche future

Sul futuro della questione palestinese, le visioni sono apparse differenti ma convergenti sulla necessità di un’azione internazionale. Scotto si è mostrato pessimista sulle possibilità di un accordo tra le parti: «Questi due anni hanno alimentato giacimenti d’odio sempre più profondi». Da qui la proposta di un «intervento militare internazionale a guida ONU» con una forte presenza araba.

Bakkali ha invece messo in discussione la formula dei «due popoli, due Stati», giudicandola sempre più svuotata di senso vista la crescita delle colonie israeliane e la sofferenza del popolo palestinese. La deputata ha citato la figura di Marwan Barghuthi, detenuto dal 2002, come possibile simbolo di una nuova leadership palestinese.

Al di là del dibattito stesso e delle molte osservazioni di per sé lucide e puntuali in molti punti sul dramma di Gaza formulate dai due parlamentari del Pd – che pure in alcuni passaggi hanno ceduto alla tentazione di scambiare grandi temi di politica estera giocati sullo scacchiere internazionale con polemiche di politica interna – resta centrale il problema della rappresentanza palestinese. La commistione fra terrorismo e simulacri di istituzioni rappresenta un dramma costante per la popolazione palestinese: la «delega» per i rapporti con il mondo politico esterno è oggettivamente assunta da Hamas e, in misura diversa, dall’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, sempre più debole agli occhi del mondo.

A più di 20 anni dalla morte di Yasser Arafat, il processo di creazione di una classe dirigente autorevole appare debole e frammentario. Qualora dovesse riprendere vitalità la formula dei due popoli e dei due stati, chi rappresenterà concretamente quello palestinese?

L’allarme sulle conseguenze europee

La conclusione è arrivata con un monito di Scotto sulle ripercussioni in Europa: «Un ragazzo di seconda o terza generazione a Parigi, Milano o Londra, vede i coetanei morire a Gaza e pensa che il mondo non li difende». Una preoccupazione che assume particolare rilievo in società complesse come quella francese, dove 6 milioni di abitanti di religione musulmana convivono con mezzo milione di cittadini ebrei.

Il dibattito di Ravenna conferma come la questione palestinese stia diventando anche in Italia un terreno di contrapposizione politica: da un lato l’opposizione che accusa il governo Meloni di subalternità al presidente degli Usa Donald Trump, dall’altro lo stesso esecutivo che rivendica una linea di lealtà atlantica e di coerenza con gli alleati occidentali. Una posizione, quest’ultima, che molti osservatori giudicano realistica per il Paese in un contesto geopolitico in rapido mutamento.

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