Di Simone Ortolani
Fra il 2024 e il 2025, in Italia, è scoppiata una polemica sul rapporto tra arte contemporanea e religione. Il caso dell’opera Gratia Plena, esposta nel Museo diocesano di Carpi, è finito in tribunale. In seguito all’esposto presentato dall’avvocato forlivese Francesco Minutillo, il gip di Modena ha definito l’opera come «oggettivamente ambigua» e dal carattere «volutamente provocatorio», pur escludendo il vilipendio al sentimento religioso. Una decisione che ha fatto discutere, soprattutto alla luce dell’iniziale approvazione dell’installazione da parte di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Carpi e arcivescovo di Modena.
A fare scalpore, però, non è stata solo l’opera, ma anche il contesto in cui si è sviluppata: una sceneggiatura mediatica che ha incluso una presunta aggressione all’artista – mai chiarita – e una narrativa costruita ad arte per far passare i critici come «integralisti violenti». Il tutto, come spesso accade, senza una reale verifica dei fatti.
Dall’Italia a Hollywood: Gesù Cristo reinterpretato
Pochi mesi dopo, la polemica ha attraversato l’Atlantico. Dall’1 al 3 agosto 2025, il musical Jesus Christ Superstar tornerà in scena all’Hollywood Bowl di Los Angeles con un nuovo allestimento che ha già generato grande clamore: Gesù sarà interpretato da Cynthia Erivo, attrice nera, donna e dichiaratamente queer.
Una scelta definita “rivoluzionaria” da molti media, ma che per molti cristiani – non solo cattolici – rappresenta una provocazione ideologica inaccettabile. L’iniziativa viene letta non come un’operazione artistica, ma come un attacco simbolico alla figura di Cristo, ridotto a icona di battaglie identitarie contemporanee.
Se fosse Maometto o il Dalai Lama?
Sorge spontanea una domanda: cosa accadrebbe se al posto di Gesù fosse il Profeta Maometto o il Dalai Lama a essere rappresentato in forma queer, ambigua o dissacrante?
Le comunità islamiche o buddhiste accetterebbero simili interpretazioni nel nome dell’arte e dell’inclusività? I precedenti globali dicono di no. Anzi, si parla spesso di rispetto e tutela preventiva per le loro sensibilità religiose. Perché lo stesso rispetto non viene esteso al cristianesimo?
Questa asimmetria culturale è alla base del malessere di milioni di credenti. Non si chiede censura, ma pari trattamento: la libertà artistica non può trasformarsi in licenza di offendere selettivamente.
Il ruolo controverso di KLM
Ad accendere ulteriormente il dibattito è la sponsorizzazione ufficiale dello spettacolo da parte della compagnia aerea KLM Royal Dutch Airlines, nota per il suo attivismo LGBTQIA+. La compagnia è da anni impegnata in campagne “inclusive” e pride marketing, ma ora ci si chiede: questo impegno giustifica il sostegno a un’opera che reinterpretando Gesù in chiave queer, rischia di ferire profondamente la fede cristiana?
Inclusione non significa negare l’identità altrui, soprattutto quando si tratta di credenze religiose che coinvolgono oltre due miliardi di cristiani nel mondo.
Un plauso a Pro Vita & Famiglia
In questo contesto si inserisce con lucidità l’iniziativa di Pro Vita & Famiglia, che ha lanciato una petizione contro lo spettacolo per difendere il rispetto della fede cristiana. L’associazione ha il merito di offrire una voce a chi non accetta che la figura di Gesù Cristo venga strumentalizzata per fini ideologici.
La loro azione non è basata su odio o censura, ma su una richiesta legittima di dignità e rispetto culturale, in un contesto che si proclama pluralista, ma che di fatto spesso applica un doppio standard.
Inclusività sì, ma per tutti
Se davvero viviamo in una società che tutela tutte le diversità, allora il rispetto del sacro cristiano non può essere ignorato in nome dell’arte o dell’attivismo. L’arte può provocare, sì, ma senza scadere nella strumentalizzazione ideologica o nel disprezzo di ciò che altri ritengono sacro.
Una società realmente inclusiva è quella in cui anche la fede cristiana ha diritto a essere rispettata – nei musei, sui palcoscenici e nei media.



