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Bersaglieri a Gaza

Nel 1917 l’Italia aveva le sue gatte da pelare: la guerra con Austria e Germania falciava una media di cinquecento morti al giorno, e le spese crescevano a ritmo pauroso. Nonostante la situazione, il nostro governo si agitò moltissimo quando venne a sapere che gli inglesi e i francesi, nostri alleati, stavano preparando una spedizione militare in Palestina senza dirci nulla. Era anche trapelato qualcosa riguardo a un accordo tra Londra e Parigi per spartirsi la regione: il famigerato accordo Sykes-Picot.

L’Italia voleva essere considerata la più piccola delle Grandi Potenze, mentre loro la reputavano la più grande delle piccole, quelle che possono essere informate delle questioni importanti solo a cose fatte. Da Roma allora si decise di partecipare alla spedizione, e furono mandati in Egitto (allora britannico) quattrocento fra bersaglieri e carabinieri, con l’idea di rafforzare in seguito il contingente arruolando gli italiani in età di leva residenti sotto le Piramidi, all’epoca numerosi.

Da Port Said, i nostri furono avviati a nord, verso il Sinai, e nel novembre 1917 — mentre in Italia si consumava la tragedia di Caporetto — presero contatto con il nemico, turchi e tedeschi, a Khan Yunis, l’ingresso meridionale della città di Gaza, oggi tormentato valico di frontiera con l’Egitto. Gli italiani si dimostrarono combattivi, tanto che i nemici abbandonarono lo scontro. Poi la situazione per loro precipitò, e sgombrarono tutta la regione.

Il 6 dicembre 1917 inglesi, francesi e italiani entrarono a Gerusalemme (ancora una volta «liberata»), comandati dal generale Edmund Allenby, che, entrando nella Città Santa, smontò da cavallo e proseguì a piedi, secondo l’uso dei Crociati, per deferenza verso il luogo che aveva visto il martirio di Gesù Cristo.

A quel punto i soldati italiani furono rimpatriati, ad eccezione di un reparto di carabinieri denominato Distaccamento Italiano Carabinieri di Gerusalemme, che rimase in città fino al febbraio 1921, svolgendo anche il compito di Guardia d’Onore al Santo Sepolcro. Negli stessi anni un altro contingente di carabinieri fu inviato a Costantinopoli con compiti di polizia militare. Qui la presunta preda era più appetitosa: al Regno d’Italia era stata promessa, sempre da inglesi e francesi, una regione dell’Anatolia meridionale che sarebbe dovuta diventare una colonia tricolore. Le ossa della polenta, avrebbero detto i nostri vecchi, cioè qualcosa che non esiste, visto che i turchi non erano affatto d’accordo.

In quegli anni l’Italia era d’altra parte molto attratta dalle regioni del Mediterraneo orientale: aveva conquistato la Libia e le isole del Dodecaneso, fra le quali Rodi; la nostra Marina aveva bombardato Beirut (all’epoca turca); si era inoltrata nel Mar Rosso sconfiggendo la marina turco-araba nelle acque di Kunfida; aveva addirittura partecipato alle spedizioni contro la nascente Armata Rossa e l’Unione Sovietica, rifornendo e appoggiando le Armate Bianche che combattevano per il ritorno dello zar sul trono. Sempre in quegli anni, in risposta a un incidente tra greci e albanesi, nel quale era rimasto ucciso un generale italiano, avevamo bombardato pesantemente l’isola di Corfù, nonostante la sua antica e fascinosa comunanza con Venezia. Insomma, eravamo molto aggressivi in quella parte di mondo, che qualcuno ricominciava a chiamare Mare Nostrum.

Alla fine, gli italiani non ottennero possedimenti in quei paraggi, ma fu loro riconosciuto da inglesi, francesi e dagli altri alleati: il dominio perpetuo e legittimo delle isole Egee, un ampliamento della Somalia italiana (la regione del fiume Giuba) e una porzione di deserto nel Ciad, totalmente disabitata e improduttiva, la cosiddetta Striscia di Aouzou. Anche per quella si combatterà una guerra, tra Francia e Libia, negli anni Ottanta del secolo scorso.

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