«Guarda e scappa»: così si chiama il Capo sull’Oceano Indiano dove finisce la Somalia, il nome è italiano, imbastardito, perché i naviganti di un tempo usavano una lingua franca con molti termini nostri. Prima ancora si chiamava Aromatum Promontorium, il Capo delle Spezie. Gli arabi lo conoscono come Ras Asir, il Capo delle Lacrime, perché tante navi sono naufragate nelle sue acque. Più o meno come lo
chiamiamo noi, Capo Guardafui, e così è denominato nelle carte geografiche.
È un piccolo monte alto 244 metri, che si tuffa nell’Oceano Indiano: visto dal mare sembra un leone accovacciato. Correnti fortissime e imprevedibili, che spostano enormi banchi di sabbia, lo rendono pericolosissimo, anche perché è spesso avvolto nella nebbia.
All’inizio del Novecento gli italiani erano molto compiaciuti di averlo incorporato nei loro possedimenti coloniali; era il punto più orientale dell’Africa e faceva fino; poi si scoprì che il punto più ad est dell’Africa non è il Capo Guardafui, ma il Capo Hafun, non lontano da lì, sempre in mano agli italiani, poco male, il prestigio era mantenuto.
Gli inglesi avevano il punto più meridionale dell’ Africa, Capo Agulhas, i francesi quello più settentrionale, in Tunisia, e quello più a ovest, in Senegal, e noi facevamo la nostra figura.
All’inizio del secolo scorso fu costruito sul Capo un faro rudimentale, che negli anni Venti fu sostituito da un manufatto di cemento alto 19 metri, a forma di fascio littorio, intitolato a Francesco Crispi, il padre del colonialismo italiano.
La regione di Capo Guardafui è arida, non piove quasi mai, ma era ed è abitata da secoli da tribù arabizzate e musulmane, alle quali fu comunicato, un giorno, che dovevano stare sotto una nazione cristiana e obbedire alle sue leggi.
Erano combattenti nati, e attaccarono il faro molte volte, uccidendo anche i custodi. fino a che gli italiani non misero i soldati ( sempre somali ) a difenderlo. Il faro Francesco Crispi doveva far vedere alle navi in transito che l’Italia era potente e illuminava le rotte marittime della zona, ma tuti evitavano di passare dal Capo, se potevano. Già che c’eravamo, demmo un nuovo nome al vicino Capo Hafun: «Dante Alighieri», così, per italianizzare la zona.
A Dante, una società milanese costruì una grande salina, che fu disattivata dagli occupanti inglesi nel 1941: gli ultimi resti dell’impianto, sono stati distrutti dal grande Tsunami del 2004, che scaraventò su quelle coste una serie di grandi ondate che uccisero molti abitanti dei villaggi sulla riva dell’Oceano.
Il faro Francesco Crispi ebbe un custode e farista italiano fino al 1956: si chiamava Antonio Selvaggi, ed era soprannominato il Principe di Guardafui.
Il faro è ancora in piedi, sbrecciato e consumato dal tempo, ma espone ancora la sua strana forma, con i fasci littori e le altre decorazioni costruite cento anni fa.
Gli abitanti della regione, che pure furono duramente repressi dagli italiani, lo hanno lasciato stare, e anzi molti somali di oggi lo ritengono un monumento da restaurare e conservare come memoria del loro (e nostro) passato.
Qualche ardimentoso che lo ha visto negli anni recenti, riferisce che, murata nel faro, c’è ancora la targa in bronzo che celebra il passaggio davanti al Capo di una nave italiana diretta da Suez a Calcutta, nel 1871: era la nave Emilia, e a bordo c’era Nino Bixio, che «deposta la spada per il timone» (recita la targa) si avventurava verso il ricco Oriente per commerciare.



