Di Simone Ortolani
Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, oggi detenuto a Rebibbia per traffico di influenze nell’ambito dell’inchiesta «Mafia Capitale», scrive dal carcere. Racconta celle bollenti, reparti sovraffollati, aria irrespirabile. «Se si abita all’ultimo piano, nelle celle esposte al sole su tre lati, l’effetto forno è garantito. Si sopravvive nell’afa, mentre fuori la politica dorme. Con l’aria condizionata».
Parole che non restano confinate tra le mura del penitenziario, ma che arrivano in Senato grazie al senatore del Pd Michele Fina. Un gesto nobile. Non tanto per i contenuti — purtroppo noti — quanto per il fatto che a dare voce a un detenuto sia stato un parlamentare di sinistra, parlando di un ex esponente della destra italiana, che continua a qualificare come «avversario».
Fina non ha chiesto indulgenza, né ha messo in discussione la sentenza. Ma ha ricordato che anche il condannato ha diritti. E che la legalità, quella vera, si misura proprio nei casi più difficili. Anche — e soprattutto — quando chi invoca giustizia è un avversario.
«Il garantismo non è una copertura del privilegio, ma la difesa della legge contro l’arbitrio».
Lo diceva Leonardo Sciascia, e questa frase oggi suona come un monito più che come una memoria.
Il carcere come rimozione collettiva
Le parole di Alemanno rivelano un degrado non occasionale, ma sistemico: promiscuità tra persone incompatibili nell’ambito di un sovraffollamento crescente.
«Una persona malata di scabbia è rimasta giorni nel nostro reparto. Un’altra, “normale”, è stata collocata nel reparto dei transessuali. Un detenuto ha dormito in infermeria per mancanza di posto. Ogni mese arrivano centinaia di persone in più».
E poi il caldo. Il caldo che non è solo disagio, ma condizione di rischio. Il caldo che, insieme all’abbandono e alla solitudine, uccide. Nel 2024, 71 detenuti si sono tolti la vita. Nei primi sei mesi del 2025, siamo già a 38. Uno ogni cinque giorni.
«Ma non fanno rumore — scrive Alemanno — perché chi muore in carcere spesso muore due volte: nella cella e nell’indifferenza generale».
E in effetti, la politica si muove poco. Quando non dorme, finge di essere sveglia con la maschera della fermezza: «legge e ordine», «tolleranza zero», «carcere duro». Ma in questo modo si puniscono anche gli agenti penitenziari, costretti a lavorare in condizioni estreme, nell’afa dei reparti, spesso senza nemmeno le dotazioni di base.
Il fantasma di Tortora
In tutto questo, riappare — discreto, ma inquieto — il fantasma di Enzo Tortora. Non perché ci sia somiglianza nei casi: Tortora era innocente, Alemanno è stato condannato per traffico di influenze in via definitiva. Ma Tortora resta simbolo di una giustizia che può trasformarsi in ingranaggio cieco, in condanna preventiva dell’opinione pubblica, in colpevolezza per contesto più che per fatti.
Evocarlo non serve ad assolvere nessuno. Serve a ricordare che ogni volta che lo Stato dimentica la dignità della persona detenuta, ogni volta che la pena diventa abbandono o vendetta, quella ferita si riapre. E quel fantasma torna a bussare.
Non è una questione personale
Alla fine, il punto non è Gianni Alemanno. Il punto è se accettiamo l’idea che in Italia esista un luogo — il carcere — dove la Costituzione e lo stesso diritto naturale smettono di valere, dove i diritti si sospendono, dove la pena si trasforma in punizione disumana.
Il gesto di Fina è stato importante perché ha scelto di guardare non al passato dell’uomo, ma alla condizione della persona. Perché la giustizia, se non vale anche per il nemico, non è giustizia. È solo potere.
E allora sì, il fantasma di Tortora ritorna. Non per raccontare la propria storia. Ma per chiederci: di cosa stiamo parlando anche oggi?



