Di Simone Ortolani
Il ritorno di un ravennate alla guida nazionale di un partito cattolico è una notizia che, nelle intenzioni di Mirko De Carli, dovrebbe profumare di storia e di grandi orizzonti. Tuttavia, l’entusiasmo con cui il neosegretario del Popolo della Famiglia celebra la propria ascesa solleva un dubbio di natura logica: può la propaganda ignorare la forza dei numeri e la prosaicità della cronaca giudiziaria?
La sindrome di Bokassa
Il paragone implicito con la figura di Benigno Zaccagnini appare, ad un’analisi asciutta, quanto meno audace. Correva l’anno 1975 quando “Zac” guidava una Democrazia Cristiana che era la maggioranza relativa del Paese, sfiorando il 35% dei consensi.
Oggi, il Popolo della Famiglia si muove in un orizzonte ben più modesto. Nelle recentissime elezioni regionali in Emilia-Romagna di novembre 2024, la lista che includeva il PdF (in coalizione con la Lega) ha ottenuto un risultato complessivo che, scorporato, vede il movimento di De Carli gravitare stabilmente attorno allo zero virgola.
La storia è ricca di questi slanci: come quando Jean-Bédel Bokassa volle incoronarsi imperatore del Centrafrica ricalcando minuziosamente i riti di Napoleone. Sebbene i simboli fossero gli stessi, la sproporzione tra l’ambizione imperiale e la realtà del terreno rendeva l’operazione un esercizio di stile tanto colorato quanto privo di sostanza.
Tra l’altare e la polizza
In questa «attraversata nel deserto» verso il governo del Paese, sorge un sospetto: non sarà che questi slanci oratorî siano un raffinato strumento di dissimulazione? Sarebbe singolare se tanta retorica servisse a coprire con un velo di incenso le ben più terrene inchieste giudiziarie che riguardano il novello segretario, legate proprio alla gestione di quelle polizze assicurative che poco hanno a che fare con la mistica della dottrina sociale cristiana.
C’è qualcosa di profondamente ironico nel voler “assicurare” un futuro radioso all’Italia mentre la magistratura si occupa di assicurazioni di natura ben diversa. La propaganda, per non ingannare gli ingenui, dovrebbe avere basi solide: saltare dal 0,5% al governo della nazione richiede un miracolo che nemmeno la più generosa delle compagnie assicurative potrebbe garantire.
Gli ingenui stiano attenti
Non vorremmo che l’entusiasmo si trasformasse in uno strumento per ingannare gli ingenui, un po’ come quei prestigiatori che distraggono il pubblico con un gesto per nascondere l’altro.
In ogni caso, complimenti a De Carli per l’incarico: che l’«attraversata» sia fruttuosa e, magari, un po’ meno desertica del previsto. La politica italiana ha bisogno di voci appassionate, purché temperate da un sano equilibrio. Ravenna, dopotutto, ha dato i natali a grandi figure – e chi sa, forse questo è solo l’inizio di una nuova, inaspettata epopea. In una parte del mondo cattolico, d’altronde, gli ingenui non mancano, spesso inclini a preferire un velo di silenzio e a rifuggire dall’esame sereno della realtà, in nome di un idealistico quanto feroce misericordismo: è feroce perché produce danni ad altri ingenui che, affascinati dalla «parlantina» di un personaggio, gli danno credito senza ragionare e si nascondono dietro al micidiale quanto dialettale «ma vuoi che sia vero?»: spesso nelle truffe, vere o presunte, il truffatore e la vittima sono paradossalmente complici. Noi scegliamo di attendere gli sviluppi con garbo e un sorriso. Siamo fiduciosi, però, di poter dire in futuro: «Ve l’avevamo detto!».



