Nella primavera del 1918, l’Esercito Italiano era attestato sul fiume Piave; si era trincerato lì dopo la grande disfatta di Caporetto, avvenuta sei mesi prima. I soldati erano molto provati e avviliti, la guerra durava da tre anni e i morti si contavano già a centinaia di migliaia.
A giugno, tutti quei ragazzi in uniforme cominciarono a cantare, sempre più spesso, una canzone che gli piaceva molto. Si chiamava La Canzone del Piave, ed era solenne e allegra al tempo stesso. L’aveva composta, sia nelle parole che nella melodia, un napoletano che lavorava alle Regie Poste del capoluogo partenopeo. Si chiamava Giovanni Ermete Gaeta, era nato sotto il Vesuvio nel 1884, nel popolare quartiere di Sant’Antonio Abate, figlio di un barbiere e di una casalinga.
La sua grande passione erano la musica e la poesia. La Canzone del Piave l’aveva firmata non con il suo vero nome, ma con lo pseudonimo di E. A. Mario, un tributo al patriota mazziniano Alberto Mario da lui molto ammirato. Per qualche tempo, le autorità dovettero indagare per scoprire che sotto il nome d’arte si celava l’impiegato postale.
Il Comandante del nostro Esercito, Armando Diaz, anche lui napoletano, lo fece rintracciare e gli disse che la sua canzone stava dando un nuovo spirito ai soldati e che contribuiva alla vittoria. Giovanni l’aveva scritta di getto, in un solo giorno, sentendosi un combattente che trepidava per i destini dell’Italia, lui che non era stato richiamato alle armi perché gli impiegati postali erano esenti dalla leva. Nella canzone aveva inserito una strofa che richiamava i martiri del Risorgimento, essendo Giovanni un fervente mazziniano. Anni prima aveva composto Una Canzone a Mazzini, una composizione che era stata stampata, e la cui prima copia portò sulla tomba di Mazzini, a Genova.
Nel 1921 il re d’Italia, Vittorio Emanuele III, invitò Giovanni al Quirinale per conferirgli un’onorificenza. Il compositore ringraziò il Sovrano, ma volle specificare che lui era repubblicano. Il Monarca rispose che “parecchi repubblicani, come lei, hanno reso grandi servigi alla monarchia”. Quel giorno era di buon umore.
D’altronde, ormai Giovanni era una personalità: quando i soldati lo incontravano per strada, gli facevano il saluto d’ordinanza, gesto non concesso a nessun altro civile.
Si era anche sposato, nel 1919, con Adele, la quale gli diede tre figlie: Delia, Bruna e Italia. Passarono i decenni e i regimi politici, ma La Canzone del Piave rimase sempre nel cuore di molti italiani. Nell’intervallo fra monarchia e repubblica assunse il rango di inno nazionale provvisorio, poi subentrò l’attuale Inno di Mameli.
Nel 2008, addirittura, Umberto Bossi, il capo della Lega Nord, propose di adottarla come nuovo Inno d’Italia; se fosse accaduto, un inno composto dal nordico Mameli (era genovese) sarebbe stato rimpiazzato da un inno composto dal napoletano Gaeta. Forse il leader leghista voleva rimarcare il fatto che la canzone evocava un fiume dell’estremo Nord, sul quale avevamo combattuto e vinto.
Nel 1944 Giovanni, che viveva sempre nella sua Napoli, sentì parlare di un trambusto al reparto Maternità dell’ospedale, dove una ragazza aveva dato alla luce un bambino nero: evidentemente aveva fraternizzato con uno dei tanti soldati americani di colore che erano arrivati in città. Allora Giovanni compose Tammuriata Nera, un motivo che si ascolta ancora oggi. Compose molto nel corso della sua vita, che si concluse a Napoli nel 1961. Suonava anche molto bene, soprattutto il mandolino; raccontava che, quando era un bambino, un cliente di suo padre aveva dimenticato un mandolino nella bottega del barbiere, e lui aveva imparato a trarne le note e gli accordi.



