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martedì 14 Aprile 2026
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Garibaldinos: volontari italiani nella guerra civile (1936-1939)

Verso il 1935, in Spagna si stava scatenando un vero inferno: la nazione era spaccata a metà, da una parte una Repubblica inizialmente borghese, poi sempre più socialista e anarchica, dall’altra la vecchia Spagna nazionalista, del clero, dell’esercito e della tradizione. Si era arrivati a punti di violenza estrema; gli uni e gli altri erano in preda a una ferocia che anticipava la guerra mondiale, al cui scoppio mancava poco.
L’Italia e la Germania aiutavano le forze di destra, l’Unione Sovietica e la Francia quelle di sinistra; gli inglesi e gli americani stavano più defilati.
A un certo punto, il Governo della Repubblica costituì dei reparti militari composti da stranieri, accorsi in Spagna per combattere il fascismo. Fra questi si formò un battaglione di italiani, che fu chiamato Garibaldi.
Molti si arruolarono e, quando raggiunse circa quattromila effettivi, fu trasformato in Brigata, vale a dire un gruppo militare più grande e importante.
Il Battaglione aveva due comandanti: uno militare, come in tutti gli eserciti del mondo, e un commissario politico che vigilava sulla condotta ideologica dei combattenti, secondo l’uso che si era affermato nell’Armata Rossa, l’esercito sovietico.
Comandante militare fu nominato Randolfo Pacciardi, già segretario del Partito Repubblicano Italiano e valoroso ufficiale durante la Grande Guerra; commissario politico divenne Luigi Longo, piemontese, comunista, nel dopoguerra segretario del PCI prima di Enrico Berlinguer.
La Brigata Garibaldi arrivò a contare molti uomini, per buona metà comunisti italiani: gli altri erano anarchici, socialisti, repubblicani e anche semplici volontari per una causa che li seduceva.
Anche un gruppo di albanesi decise di stare con gli italiani in quella guerra.
Il reparto aveva una bandiera rossa, che recava in alto a sinistra il tricolore italiano, e al centro il nome di Garibaldi. Li vide George Orwell mentre partivano dalla stazione di Barcellona diretti al fronte: cantavano e bevevano dai fiaschi, gli sembrarono combattenti spavaldi e generosi. Li vide anche Ernest Hemingway, che gli si affezionò, anche perché aveva fatto un periodo della Grande Guerra sul fronte italiano, in Veneto.
Il battaglione, poi brigata, si comportò molto bene; a volte si scontrò con altri italiani, quelli mandati dal Duce a sostenere la parte di Francisco Franco, dando vita al programma che si riassumeva nello slogan «Oggi in Spagna, domani in Italia»: a significare che le forze antifasciste si preparavano a rovesciare il regime in Italia attraverso il duro apprendistato in Spagna.
Non c’era nessun discendente di Giuseppe Garibaldi nella compagine che dal Generale prendeva il nome: i componenti della famiglia in età militare erano più vicini alle ragioni del governo di Roma, che appoggiava il fronte conservatore, che alla Repubblica Spagnola, vista anche da loro come un’appendice di Stalin e del comunismo sovietico.
Fu in effetti una scuola molto dura, quella guerra: si formarono i più efficienti quadri dirigenti del Partito Comunista Italiano, che negli anni successivi ne divennero la spina dorsale, come Ilio Barontini, o il fratello di Giancarlo Pajetta, Giuliano, e tanti altri.
Non mancavano fra i combattenti figure più pittoresche, come Dante Pescò, industriale milanese, che si faceva chiamare Giandante X, anticipando Malcolm X. Un altro si chiamava Ateo di nome: non poteva che stare lì.
Quando la guerra di Spagna finì, nel 1939, con la vittoria delle destre nazionaliste, la Brigata Garibaldi si disperse; una parte dei comunisti trovò riparo in Russia, gli altri furono internati dai francesi e poi andarono ognuno per il suo destino; per molti si trattava di un’altra guerra, di lì a pochi mesi.

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