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Giovanni Spadolini, l’intellettuale che portò l’Edera nel cuore della Repubblica

Nel 1979 moriva Ugo La Malfa. Era stato per decenni il capo (non incontrastato) del Partito Repubblicano Italiano. Dopo un breve interregno di Oddo Biasini, fu nominato a succedergli Giovanni Spadolini. Il suo curriculum era di grosso calibro: intellettuale di peso, aveva diretto Il Resto del Carlino e il Corriere della Sera. Da quest’ultimo la proprietà lo aveva allontanato nel 1972 per assecondare la svolta a sinistra del prestigioso quotidiano.

I repubblicani furono svelti a offrirgli la candidatura al Senato nel collegio di Milano-Centro, dove non avevano mai eletto nessuno. Spadolini fu eletto trionfalmente e iniziò il suo cammino nell’Edera. Fu ministro due volte, scrisse diversi libri, si affermò ulteriormente la sua figura di grande intellettuale. All’epoca, appartenere a un partito politico non diminuiva il credito di un pensatore, anzi lo accresceva.

Fino a quando non fu eletto segretario del PRI, i suoi contatti con i repubblicani romagnoli erano stati sporadici. E questi, che nelle province di Forlì e Ravenna (Rimini era ancora sotto Forlì) raccoglievano il 13-15% dei voti, disponevano di quasi duecento circoli (quasi tutti di proprietà) e intruppavano più di diecimila iscritti, erano in piena transizione da partito risorgimentale a movimento tecnocratico e, diremmo oggi, globalista.

I repubblicani romagnoli si sentivano forti: a Roma stavano saldi al governo con i democristiani, in Emilia-Romagna stavano preparando l’alleanza con i comunisti negli enti locali, così nessun voto sarebbe andato sprecato in faticose posture di opposizione.

Predicatori convinti di questa svolta a sinistra erano gli attivisti di cooperative, sindacati e istanze varie riconducibili allo spirito del tempo. In questo clima precipitò fra i repubblicani romagnoli Giovanni Spadolini, con il suo bagaglio di cultura e di preparazione storica. Un po’ li intimoriva, ma molti lo guardavano con diffidenza: non era un mazziniano puro, era tondo e non esibiva quei tratti di contorta severità psicofisica che andavano di moda nei circoli dell’Edera. Addirittura si venne a sapere che a diciotto anni era stato fascista (come molti capi del PCI, peraltro).

Insomma, piaceva poco alla sua “base romagnola”.

Nel 1981 diventò Presidente del Consiglio, primo non democristiano dopo trentacinque anni, e i repubblicani si accorsero che piaceva parecchio in giro… Alle elezioni politiche del 1983, il PRI sotto la sua guida quasi raddoppiò i voti, e la sempre stentata Edera fu irrigata da una pioggia di deputati e senatori, come mai era accaduto.

Giovannone a questo punto era diventato popolare: lo si poteva vedere nelle cooperative verdi intento a interessarsi di ortofrutta, nei circoli a precisare le pagine meno note del Risorgimento, a comiziare davanti a piazze piene, a incontrare ricchi e potenti locali che lo riverivano, rincuorati anche dal suo tono tollerante, profondo e privo di acrimonia.

A Casola Valsenio, uno dei pochi comuni romagnoli senza una sezione del PRI, poteva lasciarsi andare al suo culto di Alfredo Oriani, nato e celebrato in quella cittadina. Se l’amministrazione comunista di Casola accoglieva Spadolini come uno statista e un grande intellettuale, allora si poteva stare tranquilli anche nei fumosi e severi cameroni nei quali i repubblicani erano soliti riunirsi e sentenziare sui mali di un’Italia che non seguiva i loro precetti.

Nel 1987 Giovanni Spadolini fu eletto Presidente del Senato e lasciò la segreteria del partito. Fu per lui forse una liberazione. Molti repubblicani continuarono ad amarlo e a essergli grati per avere estratto l’Edera dal suo innato settarismo, rendendola nazional-popolare e comprensibile a tutti.

Dal Senato si preparava al suo sogno: il Quirinale. Ma i tempi stavano cambiando. Le sue sponde nella DC franavano sotto i colpi della incipiente rivoluzione colorata italiana, altri – apparentemente ben più aggressivi – competitori si affacciavano alla ribalta. A un certo punto, il PRI si dichiarò Partito degli Onesti e si spostò verso sinistra: finì malissimo.

Giovannone morì un 4 agosto del 1994. Era nato a Firenze nel 1925. Non vide la dissoluzione della Repubblica, e quella del PRI, al quale aveva finito per affezionarsi come a uno studente campagnolo dotato ma irrigidito dai pregiudizi e dalle vedute anguste.

Lasciò dietro di sé, come scrisse Indro Montanelli, un buon odore di pulito.

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