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Il dibattito «fascismo-antifascismo». Edda Negri Mussolini: «I libri di Scurati e il film sul 25 luglio? Macché storia, è fantasia»

Figlia di Anna Maria Mussolini, l’ultimogenita del Duce e di Donna Rachele, Edda Negri Mussolini commenta le recenti ricostruzioni in fiction della vita del fondatore del fascismo: «Mia nonna mi ha insegnato l’obiettività». E rilancia: «Sono aperta al dialogo con tutti: facciamo un convegno con voci diverse, sulla base di documenti d’archivio. Il confronto arricchisce».

Di Emiliano Procucci e Simone Ortolani

Signora Negri Mussolini, cosa la sorprende di più del clima degli anni Settanta e Ottanta rispetto al clima che si respira oggi?

«Mi sorprende il fatto che allora non ci fosse questo odio viscerale e la necessità di dichiararsi antifascisti a ogni costo. Nella Costituzione non c’è la parola “antifascista” da nessuna parte, eppure oggi sembra obbligatorio dichiararsi tali nei consigli comunali e negli altri organismi rappresentativi. Negli anni Settanta e Ottanta l’Anpi era quasi sconosciuta e non esistevano le “pastasciutte antifasciste” di oggi. All’epoca erano vivi molti di coloro che avevano combattuto sia da una parte che dall’altra, eppure nessuno dei partigiani allora vivi organizzava queste iniziative. Oggi il rischio è che si parli senza valutare il contesto. Quando qualcuno mi dice: “Ci vorrebbe tuo nonno”, io gli rispondo studio mio nonno anche dal punto di vista storico: probabilmente oggi si comporterebbe diversamente.
Diceva sempre: “Io non vivo nel passato, non è che una pedana dalla quale si prende lo slancio verso il più superbo avvenire”. Nel suo testamento politico ha parlato di un’Europa unita, con una moneta unica e la stessa religione».

È disponibile al dialogo con chi si professa antifascista?

«Sempre. Alle presentazioni dei miei libri – Donna Rachele mia nonna e I Mussolini dopo
Mussolini
– invito le persone a parlare, perché ci si arricchisce reciprocamente. A Villa Carpena molti ex partigiani chiedevano consigli a mia nonna Rachele: li ho visti personalmente insieme a mia sorella. Chiudere le porte dicendo “tu devi essere antifascista” senza spiegare il perché non ha senso. Nel 1983 ci furono le celebrazioni per
il centenario della nascita del nonno. Mio zio Vittorio, suo figlio, andò a parlare del padre in giro per l’Italia: non ci furono manifestazioni contro quelle conferenze, e all’epoca erano vivi molti protagonisti dell’epoca. Perfino un partigiano come Sandro Pertini sedeva al Quirinale, ma non c’era davvero questo clima. Ricordiamoci poi la partecipazione, l’anno dopo, di Giorgio Almirante che andò a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer.
Non ricordo nemmeno manifesti con Almirante a testa in giù, mentre perfino i miei libri ora sono stati presentati capovolti».

Edda Negri Mussolini con la nonna Donna Rachele Guidi, vedova di Benito Mussolini

Cosa le ha insegnato Donna Rachele?

«Mia nonna Rachele mi ha insegnato obiettività, dialogo con tutti e assenza di vendetta. Mio padre e i miei zii hanno trasmesso a mia sorella e a me concretezza e rispetto, vivendo del proprio lavoro con grande dignità».

Quanto c’è di Romagna in lei?

«Tantissimo. Sono nata a Forlì, e anche se mio padre, Giuseppe Negri, detto Nando Pucci, era lombardo, la Romagna scorre nelle mie vene. Mia nonna parlava in dialetto e cercava personale romagnolo, anche quando viveva a Roma col nonno a Villa Torlonia, dove aveva ricreato il contesto di provenienza, portando conigli e galline. La Romagna rurale ci ha insegnato il legame con la terra, la semplicità, il rispetto delle tradizioni. Il cibo,
la convivialità, le tagliatelle, i passatelli, la piadina sono parte della nostra identità».

Ci parli della sua famiglia.

«Mia nonna Rachele era una donna incredibile: forte, pragmatica, affrontava le tragedie senza lamentarsi, non si è mai montata la testa, è sempre stata un’azdora. “Tutti gli italiani – diceva – hanno avuto grandi tragedie nella loro vita, ma noi non ci siamo fatti mancare niente”. Io e mia sorella abbiamo vissuto molto con la nonna e i miei zii. Nella sfortuna di aver perso mia madre Anna Maria, ho avuto la fortuna di vivere a Villa Carpena con loro
nelle mie vacanze e per altri lunghi periodi. Mia sorella, mio padre ed io eravamo anche residenti li nella Villa. Mia nonna morì quando avevo sedici anni: il 30 ottobre 1979. Io compio gli anni il 31 ottobre, ricordo che trascorsi il mio sedicesimo compleanno nel pianto.

Mia madre purtroppo l’ho conosciuta poco: è morta il 25 aprile 1968, una data significativa. L’ho conosciuta attraverso i ricordi di mio padre, dei miei zii, delle mie nonne e i suoi scritti: l’agenda, i temi. Era una donna straordinaria: pur avendo avuto la poliomielite da bambina, quando aveva sei anni e mezzo – mio nonno temeva che morisse, ed è noto che volesse lasciare la politica per stare accanto alla figlia – ha sempre affrontato la vita con forza e determinazione, pur nella sofferenza: tantissime operazioni alla schiena, doveva portare il
busto, fare fisioterapia. Non si è mai lasciata andare: quando si sposò le dissero che non avrebbe potuto avere figli, e invece mia sorella e io siamo qui. Poi sciava, faceva gare automobilistiche. Scrisse una lettera a mio padre nella quale raccomandava di non piangerla, ma di ricordarla.

Romano, mio zio, era molto legato alla mamma, avevano due anni di differenza; era un artista a trecentosessanta gradi, pittore e musicista. Fu molto vicino a mio padre dopo la morte di mia madre: faceva il presentatore, facevano serate insieme; era ironico e amorevole, raccontava barzellette, ci ha trasmesso leggerezza e umorismo.

Su Bruno, lo zio che purtroppo non ho conosciuto perché morì durante la guerra in un incidente aereo, mio nonno ha scritto il suo libro più bello, Parlo con Bruno, dove c’è tutto l’amore di un padre per un figlio. Quando la nonna mi raccontava della perdita di Bruno, diceva sempre che la morte di un figlio è un dolore che non finisce mai: raccontava che vide nel nonno un profondo cambiamento.

Vittorio, il primogenito, era il punto di riferimento, attento alla politica e autorevole, aveva
una barba bianca e tutti noi lo chiamavamo “il Comandante”».

Com’era la relazione tra Donna Rachele e la figlia Edda, che aveva sposato Galeazzo Ciano?

«Mia nonna era molto pratica, per la sua estrazione contadina; i Ciano erano una famiglia dell’alta borghesia livornese e c’era un’inevitabile differenza di mentalità. Quando Edda e Galeazzo si conobbero e ci fu una cena in famiglia, mia nonna disse al futuro genero: “Mia figlia non sa cuocere un uovo né prendere in mano un ago”. Edda cercò l’aiuto della madre nei momenti difficili, facendo leva sul ruolo di madre e di nonna della figlia; ci fu uno
scontro fortissimo fra di loro. Entrambe difendevano i loro uomini, ma Edda sapeva che né mia nonna né mio nonno potevano fare molto di più. Intervenne la Germania, mio nonno non poté fare nulla per salvare il genero. Mio cugino Fabrizio Ciano detto Ciccino scrisse un libro dal titolo evocativo: Quando il nonno fece fucilare papà. Alla fine, dopo la guerra, le famiglie Mussolini e Ciano si sono riappacificate, grazie all’impegno di mia zia Edda,
che è stata bravissima; ebbe il grande merito di educare i figli a non odiare il nonno.

Mia nonna aveva intuizioni straordinarie: avvertì mio nonno di non andare dal re Vittorio Emanuele III a Villa Savoia in abiti civili dopo la notte del 25 luglio, e di stare attento ai gerarchi, anticipando eventi che poi si sarebbero realizzati. Era religiosa e pregava per i suoi cari, ma anche per Claretta Petacci. Mi regalò un rosario e un libricino su come dovevano comportarsi le donne sposate: lo conservo ancora».

Come commenta i recenti film e sceneggiati sulla sua famiglia?

«Negli anni Ottanta i film erano più accurati, ma anche all’epoca nessuno ci chiese nulla. Certo, i film erano fatti davvero meglio rispetto a oggi. Ora la ricerca storica è spesso superficiale.
La fiction La lunga notte – La caduta del Duce, prodotta da Luca Barbareschi per Rai Uno, mostra mia madre con le trecce nere, quando era bionda, e come succube di mio nonno: è falso. Mia madre aveva autonomia e libertà in famiglia, poteva fare qualsiasi cosa con mio nonno. La ricostruzione della figura di mia nonna Rachele in questo film – dove viene presentata come una donna semianalfabeta intimorita dal marito – non solo è falsa, ma è
perfino assurda, proprio per il carattere forte che la distingueva nei rapporti familiari.

Molti sfruttano il nome di mio nonno senza fare ricerche o consultare archivi. Io, se scrivo o parlo di lui, lo faccio con rigore. Mi piacerebbe sapere se Antonio Scurati – che ha rappresentato nei suoi libri mia nonna
prima come analfabeta, poi come semianalfabeta, addirittura con i capelli rossi, contraddicendosi e non dicendo il vero poiché mia nonna aveva frequentato le scuole elementari dell’epoca – devolve in beneficenza i suoi diritti d’autore».

Edda Negri Mussolini mentre scrive una dedica su una copia di un suo libro

Il rispetto nei luoghi sacri sembra scomparso. Come lo vive?

«Oggi manca il rispetto, e questo mi irrita: per chi ha dato la vita e per i luoghi sacri bisogna mantenere il decoro. Mi arrabbio quando vengono a fare foto dando le spalle alle tombe dei miei cari: è un cimitero, non un circo. Le mie nonne, mio padre, i miei zii mi hanno insegnato il rispetto dei luoghi e del comportamento: al cimitero o in chiesa bisogna comportarsi con misura, ricordare che lì non c’è solo mio nonno, ma tutta la mia famiglia e i morti delle altre famiglie».

Parliamo della sua esperienza politica personale.

«Ho fatto il sindaco a Gemmano, un paese in provincia di Rimini, dal 2009 al 2013. Essere sindaco significa affrontare la realtà: dalle emergenze climatiche, come il famoso “Nevone” del 2012, alla manutenzione delle strade. Nonostante Stato e Regione non fornissero sostegno, abbiamo gestito le strade meglio rispetto ad altri comuni. Essere sindaco significa sporcarsi le mani, vedere i problemi reali e risolverli: è una scuola di vita
e responsabilità che la politica istituzionale non offre. Mia sorella Silvia aveva intrapreso prima di me e prima degli altri discendenti di mio nonno il servizio alla cosa pubblica, come consigliere comunale del Msi-Destra nazionale a Forlì negli anni Ottanta».

Una proposta concreta sul dibattito fascismo-antifascismo?
«A mio avviso sarebbe opportuno organizzare un convegno con persone di opinioni contrapposte, e dialogare sulla base di documenti e di fonti d’archivio, con rispetto e spirito critico».

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