L’avvocato Francesco Minutillo ha notificato ieri mattina formale diffida a monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, per ottenere la restituzione immediata dei preparati istologici (un blocchetto in paraffina e un vetrino) realizzati dall’anatomopatologa Cristina Antonini a seguito delle analisi scientifiche condotte sull’ostia consacrata rinvenuta a Savarna, episodio noto come il miracolo di Savarna.
Il materiale, predisposto con metodiche proprie dalla professionista ed elemento inscindibile del referto istologico, era stato consegnato a suo tempo a don Nicolò Giosuè per finalità di custodia ed eventuali ulteriori indagini. Successivamente, tali preparati sono stati trasferiti alla curia arcivescovile di Ravenna-Cervia, dove tuttora si trovano.
Nella diffida viene sottolineato come la curia ne sia mera depositaria e che la mancata restituzione configuri una detenzione senza titolo, suscettibile di azioni civili e penali. La diffida prevede un termine di dieci giorni per la riconsegna presso lo studio dell’avvocato, con apposito verbale di restituzione.
«Materiale necessario all’inchiesta ancora pendente»
«Quest’attività si rende necessaria al fine di integrare il materiale probatorio già presente negli atti del procedimento penale in corso per il vilipendio del materiale eucaristico del cosiddetto miracolo di Savarna», precisa l’avvocato Minutillo. «È emerso infatti che il blocco in paraffina e il vetrino istologico, contenenti ed esaminati dalla dott.ssa Antonini e da essa certificati come sangue, sono tuttora in possesso della curia. Gli stessi devono quindi necessariamente essere restituiti al tecnico che li ha predisposti, affinché possano essere messi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Questo consentirà di integrare l’attività investigativa, anche al fine di accertare se il vilipendio abbia riguardato non soltanto il barattolo contenente il sangue e i residui dell’ostia, ma anche i preparati destinati alle analisi future».
La versione della curia smentita dai fatti
In un comunicato ufficiale, la curia aveva dichiarato che tutto il materiale utilizzato per le analisi fosse stato “consumato”. Una circostanza che – come emerso in seguito – non risulta né vera né corretta: i preparati allestiti dalla dottoressa Antonini non sono mai stati distrutti e risultano ancora oggi conservati presso l’arcidiocesi.
Inchiesta tuttora in corso
La vicenda, dopo un iniziale clamore giornalistico, vide la presentazione di un esposto da parte di alcuni fedeli per vilipendio. Da esso è scaturita un’attività di indagine intensa e approfondita da parte della procura di Ravenna e la successiva opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata dai fedeli patrocinati dall’avvocato Minutillo e tuttora pendente, nonostante le voci fatte circolare dagli ambienti di curia secondo le quali l’inchiesta sarebbe stata già chiusa: voci tecnicamente del tutto infondate e facilmente smentibili, ma fatte diffondere anche a mezzo stampa per poter, probabilmente, orientare la narrazione della vicenda sfuggita di mano.
Le verifiche hanno chiarito che i tecnici del laboratorio diretto dal professor Vittorio Sambri non avevano rilevato la presenza di batteri – come il più comune Serratia marcescens – che potessero giustificare la colorazione rossa del preparato, e al contempo non avevano cercato la presenza di sangue. A ciò si aggiunse un fatto ritenuto gravissimo dai fedeli: lo smaltimento come rifiuto biologico del barattolo contenente i residui dell’ostia eucaristica, nonostante – per la fede cattolica – si trattasse del Corpo di Cristo.
Una cena con il cardinale vicino a papa Leone XIV
Un episodio significativo getta ulteriore luce sullo sconcerto generato da questa gestione. Don Nicolò Giosuè, scomparso improvvisamente a fine luglio, aveva raccontato la vicenda durante una cena alla quale partecipavano anche un cardinale vicino a papa Leone XIV e lo stesso avvocato Minutillo. In quell’occasione il porporato manifestò indignazione e stupore per il modo in cui la curia ravennate aveva trattato il miracolo di Savarna, sottolineando l’urgenza di garantire verità e rispetto: «In qualsiasi ostia consacrata c’è Corpo, Sangue e Divinità di Gesù», ricordò il cardinale.
Il sacerdote aveva chiesto che i reperti fossero sottoposti a severi e rigorosi esami scientifici; in questo senso, subito dopo il ritrovamento dell’ostia pigmentata di colore rosso, si era messo in contatto con alcuni scienziati – il professor Pierluigi Baima Bollone, il professor Giulio Fanti e, infine, l’anatomopatologa Cristina Antonini – per i necessari esami prima della sua consegna alla curia arcivescovile. Un rigore che aveva causato le ramanzine nei confronti del parroco di Savarna da parte del vicario generale don Alberto Brunelli, nel corso di una riunione del clero avvenuta nel seminario arcivescovile il 9 aprile: per quest’ultimo, il sacerdote avrebbe dovuto consegnare immediatamente all’arcivescovo i reperti senza farli esaminare dagli scienziati in modo autonomo.
Col senno di poi, alla luce delle modalità documentatamente grossolane con cui la curia arcivescovile ha gestito la vicenda, si può senza dubbio sottolineare la prudenza e la lungimiranza di don Nicolò Giosuè nell’aver agito in modo trasparente e corretto, ottenendo da parte dell’anatomopatologa Antonini – che con altri tre medici veneti rinvenne il sangue nei reperti dell’ostia – un regolare referto ufficiale.
«Serve trasparenza»
«Rimane dunque da chiarire la sorte dei residui di quell’attività di indagine scientifica – in particolare il vetrino e il blocco predisposti dalla dottoressa Antonini – sui quali occorre fare piena luce e verità», ribadisce l’avvocato Minutillo. «Con tale iniziativa, la difesa intende assicurare la corretta conservazione e disponibilità di materiale di rilevanza scientifica e probatoria, evitando ulteriori contestazioni sulla gestione dei reperti relativi a un episodio che continua a suscitare grande attenzione nella comunità ecclesiale e nell’opinione pubblica. E soprattutto grande scoramento per come sia stata gestita dal vescovo monsignor Ghizzoni».
Possibili nuove responsabilità per la curia
Qualora la curia non ottemperasse alla diffida nei termini previsti, la mancata restituzione dei reperti potrebbe configurare nuove responsabilità civili e penali. Una prospettiva che la difesa definisce «grave e ingiustificabile», specie di fronte a un’inchiesta ancora pendente che richiede la massima collaborazione e trasparenza.



