Il Silfio è il primo vegetale la cui estinzione sia stata storicamente documentata. Si trattava di un finocchio gigante, appartenente probabilmente al genere Ferula, che in epoca antica cresceva spontaneamente in Cirenaica, nella parte orientale dell’odierna Libia. I coloni greci provenienti da Santorini che intorno al 630 a.C. fondarono la città di Cirene consideravano il Silfio un dono del dio Apollo. La pianta produceva infatti una resina aromatico-medicamentosa molto usata nella cucina del tempo e ritenuta un rimedio eccellente per tosse, mal di gola e indigestioni. Soprattutto, secondo le testimonianze di Plinio il Vecchio, il Silfio era un potente contraccettivo.
Tutte queste straordinarie qualità resero la pianta preziosa e costosissima, trasformandola nella base della prosperità economica di Cirene, che arrivò a raffigurarla sulle proprie monete. La sua fama era tale da essere ricordata anche dal poeta Catullo, che menzionò la città africana proprio come «ricca di Silfio». Un’affascinante ipotesi accosta la forma dei semi della pianta alla sagoma del cuore umano, il che spiegherebbe l’origine del celebre simbolo dell’amore, sebbene nessuno in epoca moderna abbia mai potuto vederli dal vivo.
A un certo momento della storia, probabilmente in epoca bizantina, il Silfio si estinse. Le cause rimangono incerte: forse l’eccessivo sfruttamento commerciale da parte dei conquistatori romani, o forse il progressivo inaridimento della regione. Era infatti impossibile coltivare il Silfio, che si poteva soltanto raccogliere allo stato selvatico nelle boscaglie in cui si riproduceva spontaneamente. La pianta cresceva nella regione del Jebel el Akhdar (in arabo «la Montagna Verde»), un’area che occupa la prominenza mediterranea della Cirenaica con un’estensione paragonabile a quella delle Marche. Questo territorio, che si innalza fino a quasi mille metri, è caratterizzato da piogge discrete e nevicate sporadiche, configurandosi ecologicamente come un’isola verde tra il mare e il deserto.
Chi ha visitato la Montagna Verde la paragona a certe aree dell’Italia meridionale; fino a pochi decenni fa la zona era popolata persino da grandi felini come leopardi e ghepardi. Negli anni venti e trenta del secolo scorso, la regione fu teatro di una feroce pulizia etnica da parte dei colonizzatori italiani per piegare la resistenza della popolazione locale. Successivamente, la seconda guerra mondiale la disseminò di campi minati italiani, tedeschi e inglesi, ordigni che ancora oggi rappresentano un grave pericolo per i pastori. Nei recessi più sperduti di questa rigogliosa macchia mediterranea il Silfio potrebbe teoricamente essere sopravvissuto, ma nessuno ne ha mai più rinvenuto un esemplare da quando Plinio il Vecchio documentò che gli ultimi e rari steli furono portati a Roma come dono per l’imperatore Nerone.
Il Silfio è comunque sopravvissuto a lungo nell’araldica e nella cultura di massa. Ha campeggiato nello stemma della Cirenaica italiana dal 1919 al 1943 e tuttora compare nei distintivi di due Reggimenti del nostro esercito, i Paracadutisti e i Bersaglieri, a memoria delle campagne d’Africa. In tempi moderni, nel 1995, il regista Pupi Avati ha inserito la pianta all’interno del suo celebre sceneggiato Voci Notturne, un noir esoterico in cui il vegetale viene associato a una misteriosa setta risalente all’antica Roma.
Dal punto di vista botanico esistono oggi piante molto simili: la Ferula assafoetida, che cresce in Iran e possiede un aroma che ricorda l’aglio, e la Ferula drudeana, un vegetale che cresce in Turchia e che alcuni studiosi ritengono essere proprio il Silfio storico, non ancora del tutto estinto. La famiglia dei finocchi selvatici resta comunque legata alla storia delle esplorazioni: persino il nome di Funchal, affascinante capoluogo dell’isola di Madera, evoca l’abbondanza di finocchio selvatico (funcho in portoghese) trovato dai navigatori lusitani al loro sbarco.



