Di Simone Ortolani
RAVENNA — C’è qualcosa di profondamente distopico, per non dire grottesco, in quello che sta accadendo sulle spiagge ravennati a ridosso dell’udienza cruciale del TAR Emilia-Romagna. In una vicenda in cui i confini tra tutela e burocrazia sembravano già abbastanza sfumati, assistiamo oggi a un cortocircuito associativo che lascia sbigottiti.
Mentre l’associazione ambientalista Italia Nostra e l’avvocato Picchio si battono nelle aule di tribunale per dimostrare l’illegittimità di un’ordinanza comunale di demolizione — che riduce manufatti storici e presidi ambientali a meri abusi da cancellare —, la sorpresa più amara per i capannisti non arriva dal Comune. Arriva da dentro casa, ossia dal vertice dell’Associazione Capannisti Balneari.
La sospetta solerzia del direttivo dell’Associazione Capannisti Balneari
Da alcune segnalazioni, infatti, emerge che sono partite lettere di espulsione destinate ai soci dell’Associazione Capannisti Balneari di Ravenna. La loro colpa? Aver commesso il «reato» di legalità: aver scelto, cioè, di rispettare scrupolosamente la sospensiva emessa dal TAR, decidendo di non abbattere la propria struttura in attesa del giudizio di merito.
In un mondo capovolto, l’organismo nato per tutelare i capanni e la memoria storica della costa ravennate si ritrova a punire i propri iscritti proprio perché difendono quel patrimonio. Una solerzia ingiustificata che assume i contorni di una singolare e anticipata adesione ai desiderata di Palazzo Merlato. Di fronte a una magistratura che ordina di congelare le ruspe, i vertici dell’associazione sembrano aver voluto superare a destra – o a sinistra, dipende dall’ottica – l’amministrazione stessa, mostrando uno zelo burocratico che definire «collaborativo» sarebbe un eufemismo. Un atteggiamento che evoca la classica sindrome dei «più realisti del Re», dove il desiderio di compiacere l’interlocutore pubblico – e politico, cioè il Pd, il partito forte e radicato in tutti i gangli della società della coalizione di maggioranza a Palazzo Merlato – sembra superare persino lo scopo statutario del sodalizio.
Il paradosso del «distruggere per salvare»
Ci si trova così davanti a una narrazione surreale, giustamente definita da Italia Nostra «fosca e paradossale», secondo la quale per salvare la tradizione dei capanni bisognerebbe prima raderli al suolo. Una logica acrobatica che ignora non solo il valore identitario di queste strutture, ma anche il loro ruolo ecologico nella formazione delle dune costiere.
Chi ha pagato regolarmente i canoni e ha creduto nella giustizia, attendendo il responso del TAR, si ritrova oggi isolato e «scomunicato» dalla propria stessa associazione. Non solo: i capannisti hanno annualmente versato il canone richiesto al Comune, pulivano le zone dei capanni, nel contesto della valorizzazione delle decantate dune. Resta da capire come il direttivo intenda giustificare, di fronte alla storia e ai propri iscritti, questa fretta di allinearsi alle ruspe comunali prima ancora che i giudici si siano espressi. La sensazione, amara, è quella di un presidio culturale svenduto sull’altare di una diplomazia (personale? collettiva?) fin troppo accomodante.



