Di Simone Ortolani
Venerdì 11, il Fem Garden della Casa delle Donne di Ravenna ospiterà Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia e noto per aver ottenuto un figlio, Tobia Antonio, tramite maternità surrogata negli Stati Uniti. Mentre si parlerà di diversità e uguaglianza, non si può ignorare la questione centrale e spesso trascurata: il ruolo strumentale assegnato al corpo femminile nella pratica dell’utero in affitto.
Dietro l’apparente scelta affettiva e personale si cela una realtà ben più complessa e inquietante. La donna che «affitta» il proprio utero viene ridotta a una mera «fattrice», il cui corpo è trasformato in uno strumento di produzione, una fabbrica biologica temporanea a disposizione di chi ha i mezzi per pagare. Questo uso strumentale non è solo un dettaglio, ma un problema di portata etica e sociale che coinvolge tutti.
Non si tratta di negare i desideri di genitorialità o la costruzione di famiglie, ma di riconoscere che una pratica che mercifica il corpo femminile – soprattutto in contesti dove le donne sono economicamente vulnerabili – non può essere accettata senza una seria riflessione.
Le disparità di classe – Marx non si rivolterà forse nella tomba, caro Vendola? – rendono infatti impossibile una «libera scelta» in senso pieno: quando una donna sceglie di mettere a disposizione il proprio corpo, lo fa spesso sotto pressione economica, e questo trasforma la maternità surrogata in una forma di sfruttamento mascherato.
Vendola stesso, nella sua intervista a Claudio Bozza del Corriere della Sera (15 aprile 2023), parla di Sharline, la madre surrogata che ha portato in grembo suo figlio, ammettendo che per lei il «guadagno» è stato poter stare un anno a casa con i propri figli senza lavorare, compensata per l’anno di lavoro perso e per le spese mediche. Un quadro che parla chiaro: non stiamo parlando di un gesto solidale, non prendiamoci in giro, ma di una transazione economica che riflette disuguaglianze profonde.
Le femministe di Ravenna, invitando Vendola, hanno davanti una grande sfida: mettere da parte la narrazione ideologica e porre domande di buon senso all’uomo politico. È il buon senso che deve guidare il dibattito, per affrontare con rigore la realtà dello sfruttamento, del mercato e della mercificazione del corpo femminile. Se non si parte da lì, le femministe della Casa delle Donne si assoceranno ad un applauso alle disuguaglianze sociali e a una mercificazione intollerabile.



