RAVENNA – La Ciclovia Adriatica, una delle più lunghe e celebrate d’Europa, vive un paradosso tutto italiano nel tratto ravennate di via Chiavica Romea. Quello che dovrebbe essere un corridoio verde per ciclisti e turisti si è trasformato in una terza corsia improvvisata per il traffico motorizzato ad alta velocità, sollevando gravi preoccupazioni sulla sicurezza e sull’efficacia delle politiche di mobilità sostenibile.
Quando la Ciclabile Diventa Strada
La denuncia arriva da Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna, che ha documentato fotograficamente una situazione paradossale: «Il tratto tra via Patuelli e l’intersezione con via Butrinto viene utilizzato come terza corsia per il transito dei veicoli a motore», spiega il consigliere comunale. Non solo. «Poi diventa zona di sosta delle auto fino alla fermata bus di fronte a via Albania».
Il problema nasce dal mancato ripristino del cordolo che separava la ciclabile dalla carreggiata, una barriera fisica essenziale per garantire la sicurezza dei ciclisti. Senza questa protezione, automobilisti e motociclisti hanno progressivamente iniziato a utilizzare lo spazio destinato alle biciclette, trasformando un’infrastruttura per la mobilità dolce in un’estensione della strada tradizionale.
Un pericolo documentato
Le fotografie scattate da via Butrinto mostrano chiaramente la gravità della situazione nel tratto teoricamente ciclabile di via Chiavica Romea, tra via Gallipoli e via Pomposa. L’elevata velocità di transito dei veicoli a motore rende questo corridoio estremamente pericoloso per chiunque voglia utilizzarlo in bicicletta, contraddicendo completamente la vocazione turistica e sostenibile dell’infrastruttura.
La Ciclovia Adriatica non è una semplice pista ciclabile locale. Si tratta di un progetto di rilevanza europea, parte di una rete di collegamenti ciclabili che attraversa diverse regioni italiane e attrae migliaia di cicloturisti ogni anno. La compromissione anche di un singolo tratto può avere ripercussioni significative sull’intera esperienza di viaggio e sulla reputazione dell’Italia come destinazione per il turismo sostenibile.
La proposta: soluzioni concrete e immediate
Ancisi non si limita a denunciare il problema, ma propone una soluzione pragmatica e immediata. «Se il problema è di spendere pochi soldi e guadagnare tempo», suggerisce il consigliere, «si potrebbe applicare la soluzione introdotta nel tratto di ciclabile della vicina via Teodorico: acquistare bauletti divisori di cemento e posarli in poche ore».
La soluzione proposta fa riferimento a un intervento già realizzato con successo nel tratto tra via Antico Squero e via delle Industrie, dimostrando che soluzioni rapide ed economiche sono possibili quando c’è la volontà politica di agire. I bauletti divisori in cemento rappresentano infatti una barriera fisica efficace, facilmente installabile e dal costo contenuto.
La sfida della coesistenza
Il caso ravennate evidenzia una sfida fondamentale: come garantire la coesistenza sicura tra diverse forme di mobilità in contesti urbani spesso congestionati. La mancanza del cordolo divisorio non è solo una questione tecnica, ma rappresenta simbolicamente l’assenza di una chiara separazione tra due modelli di mobilità: quello tradizionale, basato sul mezzo privato a motore, e quello sostenibile, che punta su biciclette, trasporto pubblico e spostamenti pedonali.
L’esperienza di via Teodorico dimostra che soluzioni intermedie sono possibili. I bauletti divisori, pur non rappresentando la soluzione architettonica più elegante, offrono un compromesso pragmatico tra efficacia, costi e tempi di realizzazione. Permettono di ristabilire immediatamente la separazione tra gli spazi, restituendo sicurezza ai ciclisti senza comportare lunghi cantieri o investimenti significativi.
Una questione di priorità politiche
La richiesta di Ancisi al sindaco non è solo tecnica, ma profondamente politica. Chiede, in sostanza, quale priorità l’amministrazione comunale intenda dare alla mobilità sostenibile e alla sicurezza dei ciclisti. La risposta a questa domanda dirà molto sulla visione di città che Ravenna intende perseguire nei prossimi anni.
Il caso della Ciclovia Adriatica a Ravenna rappresenta così un test per la credibilità delle politiche di sostenibilità urbana. Non basta realizzare le infrastrutture: bisogna anche saperle mantenere, proteggere e valorizzare nel tempo. Solo così progetti ambiziosi come la Ciclovia Adriatica potranno esprimere il loro pieno potenziale, contribuendo davvero alla transizione verso forme di mobilità più sostenibili e vivibili.



