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mercoledì 15 Aprile 2026
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La guerra dell’oppio, il «Regno della pace» e la memoria dei cinesi

«Trarre dalla Cina le risorse per tenere l’India». Questa sentenza, mirabile nella sua sintesi, fu pensata da qualcuno, in Inghilterra, all’inizio dell’Ottocento. Mentre in Europa infuriavano le guerre napoleoniche e gli inglesi combattevano per la vita e per la morte, quelli fra loro che si occupavano di Oriente guardavano lontano dal vecchio continente, consapevoli che la sorgente della loro ricchezza stava in Asia.

I britannici dominavano l’India; l’avevano conquistata da pochi anni in modo fortunoso, quasi fortuito, ma tenerla era difficile, come per un gatto sarebbe difficile dominare un leopardo. Bisognava aguzzare l’ingegno: tanto per cominciare occorreva trovare delle risorse per pagare gli indiani mansueti e castigare quelli riottosi alla dominazione di Sua Maestà.

La Cina già allora era la nazione più ricca e popolosa del mondo: un mercato comune di 330 milioni di abitanti, una forte unità culturale, linguistica e religiosa. Gli europei cercavano in ogni modo di commerciare con l’Impero Cinese, ma i cinesi non erano interessati più di tanto. Vendevano, sì, tanti prodotti agli europei, incassando quantità di oro e argento, ma non compravano quasi nulla da loro. Inoltre la Corte Imperiale esibiva un disprezzo assoluto per i bianchi, e il popolo condivideva questo sentimento.

A fatica i cinesi sopportavano i «barbari cotti», gli europei che si erano cinesizzati, ma i «barbari crudi», tutti gli altri, proprio non erano sopportati.

Per molto tempo le cose andarono avanti così: i cinesi vendevano e incassavano, gli europei compravano e facevano loro la predica sulle esigenze del libero commercio, del quale ai «gialli» non interessava niente.

Alla fine, inglesi e francesi passarono all’azione: volevano che i loro prodotti e soprattutto l’oppio potessero entrare liberamente nei porti cinesi e, di fronte ai ripetuti dinieghi, nel 1839 aggredirono la Cina. Nel 1841 presero il porto di Canton e lo restituirono solo dopo il pagamento di un adeguato riscatto (come l’Anonima Sequestri).

I cinesi avevano armi arretrate, soprattutto sul mare; gli anglo-francesi vincevano facilmente in tutti i porti: bombardavano, saccheggiavano, si imbarcavano, poi tornavano e facevano quello che volevano. Davanti a questo spettacolo, i cinesi cominciarono a pensare che l’Imperatore (un Manchu) avesse perso il favore del Cielo e, dunque, il diritto a governarli.

L’oppio, coltivato nell’India britannica, cominciò a entrare nelle città cinesi in quantità prima sconosciute, diventando un consumo di massa: le navi che lo trasportavano facevano affari d’oro, alla City di Londra affluivano i milioni che i cinesi avevano loro negato vietando la vendita della droga. Nel 1860 l’Impero, stremato, sconfitto e delegittimato, legalizzò il consumo dell’oppio.

Ora nelle casse inglesi affluiva tanto denaro; ce n’era per tutti, anche per mantenere l’India britannica.

Scoppiò la rivoluzione Tai Ping, che significa «Regno della Pace»: un profeta che sosteneva di essere il fratello di Gesù Cristo sollevò le campagne con una predicazione comunitaria e tradizionalista. L’Imperatore e gli europei trovarono subito l’accordo e repressero il movimento contadino, causando qualche decina di milioni di morti.

In conclusione, l’illecito era diventato norma, non per evoluzione della società, ma per intervento delle armi straniere. L’oppio scorreva a fiumi; così, oltre ai lauti guadagni che ne derivavano, si poteva anche sostenere, con rigore scientifico e antropologico, che i cinesi erano una razza inferiore, dedita al vizio e alla depravazione. Già che c’erano, gli europei stabilirono il regime delle Capitolazioni: se uno di loro commetteva un delitto in Cina, contro i cinesi, sarebbe stato giudicato da un tribunale europeo, non cinese.

Bastava inalberare la bandiera di un paese europeo su un edificio qualunque perché questo diventasse extraterritoriale, e le autorità cinesi non potevano nemmeno avvicinarsi.

Nelle scuole della Cina si insegna che quello fu il Secolo dell’Umiliazione.

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