«Trarre dalla Cina le risorse per tenere l’India». Questa sentenza, mirabile nella sua sintesi, fu pensata da qualcuno, in Inghilterra, all’inizio dell’Ottocento. Mentre in Europa infuriavano le guerre napoleoniche e gli inglesi combattevano per la vita e per la morte, quelli fra loro che si occupavano di Oriente guardavano lontano dal vecchio continente, consapevoli che la sorgente della loro ricchezza stava in Asia.
I britannici dominavano l’India; l’avevano conquistata da pochi anni in modo fortunoso, quasi fortuito, ma tenerla era difficile, come per un gatto sarebbe difficile dominare un leopardo. Bisognava aguzzare l’ingegno: tanto per cominciare occorreva trovare delle risorse per pagare gli indiani mansueti e castigare quelli riottosi alla dominazione di Sua Maestà.
La Cina già allora era la nazione più ricca e popolosa del mondo: un mercato comune di 330 milioni di abitanti, una forte unità culturale, linguistica e religiosa. Gli europei cercavano in ogni modo di commerciare con l’Impero Cinese, ma i cinesi non erano interessati più di tanto. Vendevano, sì, tanti prodotti agli europei, incassando quantità di oro e argento, ma non compravano quasi nulla da loro. Inoltre la Corte Imperiale esibiva un disprezzo assoluto per i bianchi, e il popolo condivideva questo sentimento.
A fatica i cinesi sopportavano i «barbari cotti», gli europei che si erano cinesizzati, ma i «barbari crudi», tutti gli altri, proprio non erano sopportati.
Per molto tempo le cose andarono avanti così: i cinesi vendevano e incassavano, gli europei compravano e facevano loro la predica sulle esigenze del libero commercio, del quale ai «gialli» non interessava niente.
Alla fine, inglesi e francesi passarono all’azione: volevano che i loro prodotti e soprattutto l’oppio potessero entrare liberamente nei porti cinesi e, di fronte ai ripetuti dinieghi, nel 1839 aggredirono la Cina. Nel 1841 presero il porto di Canton e lo restituirono solo dopo il pagamento di un adeguato riscatto (come l’Anonima Sequestri).
I cinesi avevano armi arretrate, soprattutto sul mare; gli anglo-francesi vincevano facilmente in tutti i porti: bombardavano, saccheggiavano, si imbarcavano, poi tornavano e facevano quello che volevano. Davanti a questo spettacolo, i cinesi cominciarono a pensare che l’Imperatore (un Manchu) avesse perso il favore del Cielo e, dunque, il diritto a governarli.
L’oppio, coltivato nell’India britannica, cominciò a entrare nelle città cinesi in quantità prima sconosciute, diventando un consumo di massa: le navi che lo trasportavano facevano affari d’oro, alla City di Londra affluivano i milioni che i cinesi avevano loro negato vietando la vendita della droga. Nel 1860 l’Impero, stremato, sconfitto e delegittimato, legalizzò il consumo dell’oppio.
Ora nelle casse inglesi affluiva tanto denaro; ce n’era per tutti, anche per mantenere l’India britannica.
Scoppiò la rivoluzione Tai Ping, che significa «Regno della Pace»: un profeta che sosteneva di essere il fratello di Gesù Cristo sollevò le campagne con una predicazione comunitaria e tradizionalista. L’Imperatore e gli europei trovarono subito l’accordo e repressero il movimento contadino, causando qualche decina di milioni di morti.
In conclusione, l’illecito era diventato norma, non per evoluzione della società, ma per intervento delle armi straniere. L’oppio scorreva a fiumi; così, oltre ai lauti guadagni che ne derivavano, si poteva anche sostenere, con rigore scientifico e antropologico, che i cinesi erano una razza inferiore, dedita al vizio e alla depravazione. Già che c’erano, gli europei stabilirono il regime delle Capitolazioni: se uno di loro commetteva un delitto in Cina, contro i cinesi, sarebbe stato giudicato da un tribunale europeo, non cinese.
Bastava inalberare la bandiera di un paese europeo su un edificio qualunque perché questo diventasse extraterritoriale, e le autorità cinesi non potevano nemmeno avvicinarsi.
Nelle scuole della Cina si insegna che quello fu il Secolo dell’Umiliazione.



