Di Simone Ortolani
Una nuova condanna per diffamazione aggravata ha colpito lo scrittore ravennate Gianfranco Stella, da anni nel mirino del politicamente corretto per le sue ricostruzioni chirurgiche sui delitti partigiani del dopoguerra. Il Tribunale di Ravenna lo ha riconosciuto colpevole in primo grado nei confronti di Fausto Beggi, figlio del partigiano reggiano Sergio. Al centro del contendere c’è il libro «Compagno Mitra» (2018), dove Stella attribuisce a Beggi la responsabilità dell’uccisione di don Giuseppe Iemmi, definendolo inoltre autore di «innumerevoli altri omicidi». Per l’accusa, l’autore ha commesso il peccato mortale di presentare come certa una responsabilità mai accertata, muovendosi senza le dovute cautele linguistiche.
La difesa di Stella, guidata dall’avvocato Luca Tadolini, tiene il punto e ribadisce che il saggio si basa su una storiografia consolidata da decenni. Questa condanna pecuniaria si somma ad altri procedimenti non ancora definitivi che inseguono lo scrittore, come quello relativo all’ex sindaco di Scandiano Amleto Paderni e le querele di Carlo Boldrini, figlio del comandante partigiano e parlamentare comunista di lunghissimo corso Arrigo Boldrini, il celebre «Bulow».
Il buco nero di Codevigo
L’attività di Gianfranco Stella non si è fermata alla via Emilia, ma è andata a scoperchiare uno dei calderoni più bollenti e dolorosi del post-Liberazione: l’eccidio di Codevigo, nel Padovano. Una vicenda a cui lo scrittore dedicò già nel 1991 il volume «1945. Ravennati contro – La strage di Codevigo», trattando una materia che la storia ufficiale preferiva tenere sotto il tappeto.
Tra il 28 aprile e la metà di giugno del 1945, l’area di Codevigo divenne il teatro dell’esecuzione sommaria di 136 persone — cifra ormai acclarata dai dati anagrafici e storiografici più precisi — tra militi della Guardia Nazionale Repubblicana, soldati delle Brigate Nere e alcuni civili. I corpi, liquidati a piccoli gruppi e gettati nei fiumi Brenta e Bacchiglione, vennero in seguito parzialmente riesumati e oggi riposano in un Ossario edificato nel 1962.
I conti che non tornano nella storiografia
Il lavoro di Stella non è un fungo isolato, ma si inserisce in quel filone saggistico di revisione che ha visto i colpi di piccone pionieristici di Giorgio Pisanò e, anni dopo, i best-seller di Giampaolo Pansa. Sul terreno di Codevigo si sono misurati autori di ogni colore, da Antonio Serena con «I giorni di Caino» fino allo studio dello storico Lino Scalco.
Il cortocircuito tra la verità della ricerca e le aule di tribunale scatta, guarda caso, nell’attribuzione delle colpe dei singoli. A Codevigo c’erano sia il Gruppo di Combattimento del Regio Esercito «Cremona» sia la 28ª Brigata Garibaldi «Mario Gordini», formazioni entrambe composte da romagnoli. Sebbene la memorialistica e la saggistica abbiano sollevato pesanti interrogativi sulla condotta di quegli uomini, la magistratura di Padova — nei processi celebrati tra il 1945 e il 1962 — ha messo nero su bianco che i massacri si svolsero al di fuori e contro gli ordini ufficiali dei comandi.
Carte alla mano, le responsabilità dirette di Arrigo Boldrini, comandante della 28ª Brigata, non sono mai state provate oltre ogni ragionevole dubbio. Per la legge, affibbiargli l’etichetta di «boia di Codevigo» senza riscontri blindati è reato di diffamazione, e lo scrittore ne paga il conto.
Resta però sul tavolo un gigantesco interrogativo logico-organizzativo che la saggistica non può ignorare. Chiunque conosca i meccanismi di una struttura militare sa quanto sia difficile accettare l’idea che il vertice di una brigata non sapesse assolutamente nulla di un massacro di tali proporzioni, perpetrato a guerra finita dai suoi stessi sottoposti come regolamento di conti. È esattamente in questo scarto — tra l’assenza di prove penali e la logica elementare di una catena di comando — che si muove il dibattito storiografico, ed è qui che lo scrittore deve imparare a usare il fioretto degli aggettivi dubitativi anziché la clava delle certezze, se vuole evitare le trappole del codice penale.
Censura di Stato anche al cinema: il caso «Segreto d’Italia»
Che la ferita di Codevigo sia ancora aperta e faccia maledettamente male lo dimostra il cinema. Nel 2014 il regista Antonello Belluco ci ha girato un film, «Segreto d’Italia», portando sullo schermo nientemeno che Romina Power.
La vita di questa pellicola è stata un percorso di guerra accidentato da ostilità di ogni tipo. Il film è stato bersagliato da veti istituzionali, boicottaggi logistici sul territorio e dalle furiose proteste dell’ANPI, che ha gridato al sacrilegio storiografico. Risultato? Distribuzione col contagocce e sale cinematografiche sbarrate in mezza Italia. La dimostrazione lampante che quando si tocca il dogma di una certa storiografia manichea che ama diventare propaganda e retorica, la reazione del sistema è allergica, sia che si usi la penna, sia che si usi la macchina da presa.
La lezione per il futuro
Nessuno mette in discussione che il fascismo sia stato una dittatura e che la democrazia nata dalle macerie della guerra rappresenti una conquista per tutti. Proprio per questo, però, la libertà democratica dovrebbe tollerare lo scrutinio del passato e una vasta libertà di interpretazione dei fatti, a patto che ci si basi su fatti documentati. I libri di Gianfranco Stella restano un documento utile per chi vuole capire la guerra civile senza i paraocchi dell’ideologia della Resistenza «senza ombre e senza alcuna macchia»: efferatezze orrende furono commesse sia da nazisti, sia da fascisti repubblicani, sia da partigiani. Questi volumi hanno avuto il coraggio di andare a scavare nel fango degli eccidi dei prigionieri «repubblichini» o presunti tali a guerra finita, che erano pur sempre cittadini italiani, ammazzati senza processo. Ma la storia — quando si occupa di fatti ancora sentiti come troppo ravvicinati nel tempo, e perciò ancora fomentatori di passioni — è una materia insidiosa, dove la memoria dei vinti si scontra con la suscettibilità dei vincitori.
Qual è la lezione che si può ricavare dall’accidentato percorso di Stella nei tribunali? In linea generale, i giudici pretendono il rispetto delle regole del gioco quando si fa ricerca storica: per toccare certi santuari serve un assoluto e rigoroso rispetto delle cautele di linguaggio, specialmente quando si naviga controcorrente. Certo, viene da pensare che quando si naviga secondo corrente, ogni clemenza sia più facilmente assicurata da parte di tutti gli organi dello Stato. La sfida per chi scrive oggi è tutta qui: avere il coraggio della verità nei fatti, ma la prudenza del diritto nella scelta delle parole. L’unico modo per non finire stritolati nei tribunali.



