ROMA – La battaglia per la libertà di espressione si sposta dalle strade ai palazzi del potere. Nella prestigiosa cornice della Sala Caduti di Nassirya al Senato della Repubblica, lunedì 2 marzo, l’associazione Pro Vita & Famiglia ha ufficialmente lanciato la campagna «E io Parlo!», un’iniziativa nata per denunciare quella che viene definita una sistematica operazione di oscuramento ideologico ai danni dei messaggi pro-life. L’evento, ospitato su invito del senatore Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia, e sostenuto dalla senatrice Lavinia Mennuni, ha acceso i riflettori su un corto circuito normativo che starebbe trasformando le amministrazioni locali in tribunali del pensiero.
Il nodo del Codice della Strada e l’arbitrio dei Comuni
Il cuore del problema risiede nell’articolo 23, comma 4-bis del Codice della Strada. Una norma che, nata con l’intento di evitare messaggi lesivi del decoro, sarebbe diventata nelle mani di alcune giunte comunali uno strumento di interdizione politica. Il presidente di Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, ha illustrato un report che documenta ben dodici campagne di affissioni rimosse d’autorità negli ultimi anni. Sotto accusa finiscono definizioni ambigue come «stereotipi di genere» o «identità di genere», espressioni che presterebbero il fianco a interpretazioni arbitrarie e discriminatorie. Per questo motivo, l’associazione ha già intrapreso la via legale depositando un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
La proposta: equiparare le affissioni alla libertà di stampa
Dal punto di vista giuridico, la strategia delineata dall’avvocato Alessandro Fiore mira a scardinare l’attuale prassi amministrativa. La richiesta avanzata al Parlamento è netta: è necessario distinguere la pubblicità commerciale dalla comunicazione sociale e politica. Quest’ultima dovrebbe godere delle medesime tutele garantite dall’articolo 21 della Costituzione per la stampa, sottraendola così al potere di censura preventiva degli uffici comunali. È un paradosso citato dal senatore Malan: spesso a essere rimossi sono manifesti che ribadiscono l’illegalità di pratiche come la maternità surrogata, già sanzionata dalla legge 40 del 2004, configurando un attacco a chi difende la legalità vigente.
Una battaglia di civiltà oltre gli schieramenti
Le osservazioni di Pro Vita appaiono tutt’altro che peregrine: se a parti invertite un’amministrazione di centrodestra censurasse messaggi progressisti, il dibattito pubblico griderebbe all’attentato alla democrazia. La questione trascende lo scontro ideologico per farsi battaglia di civiltà giuridica. Nel contesto emiliano-romagnolo, non mancano, tuttavia, esempi di correttezza istituzionale, come quello di Enzo Lattuca, sindaco di Cesena (Pd), noto per il suo equilibrio e per la sua ritrosia nell’utilizzare la macchina comunale come strumento di repressione del dissenso.
La mobilitazione: «E io Parlo!» entra nel vivo
La campagna entrerà nel vivo dalla prossima settimana con una massiccia presenza nelle strade, sui quotidiani e nel panorama digitale. Con oltre diecimila firme già raccolte, Pro Vita & Famiglia intende ribadire che il pluralismo non è una concessione, ma un pilastro della Repubblica. Una mobilitazione che finisce per tutelare paradossalmente anche gli avversari dell’organizzazione, garantendo che lo spazio pubblico rimanga un luogo di confronto libero e non il «giardino privato» di una specifica fazione politica.



