Pro Vita & Famiglia risponde alle polemiche sollevate da Arcigay Ravenna, dal Centro Antidiscriminazioni LGBTI+ e dal Movimento Consumatori Ravenna APS, che hanno chiesto al Comune di rimuovere i manifesti affissi in città nell’ambito della campagna «Mio Figlio No. Scuole libere dal gender», definendoli «transfobici» e «discriminatori». «Premesso che l’articolo 23, comma 4‑bis del Codice della Strada è inapplicabile, non essendo mai stati emanati i relativi decreti attuativi» afferma Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, «le frasi riportate sui nostri manifesti non contengono alcun contenuto offensivo o discriminatorio. Si riferiscono a episodi realmente accaduti nelle scuole, spesso senza che i genitori fossero informati, in violazione della loro libertà educativa». Coghe aggiunge: «Evidentemente i movimenti Lgbt non tollerano che possano circolare liberamente opinioni in contrasto con la loro propaganda politica, e per questo chiedono la rimozione dei manifesti, in violazione della libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Siamo pronti a difendere questo diritto in tutte le sedi opportune». Il caso di Ravenna si inserisce in un contesto storico-culturale più ampio, in cui diverse associazioni Lgbt hanno storicamente contestato pratiche censorie.
Nel 2008 Arcigay denunciò in modo esplicito la decisione di RaiDue di trasmettere Brokeback Mountain con due scene tagliate, definendolo «censura anni ’50». Analogamente, nel 2018 durante il Siracusa Pride la rimozione da parte delle forze dell’ordine di uno striscione contro il ministro Salvini fu descritta da Arcigay come «grave violazione della libertà di espressione». Ancora più in generale, esempi storici come il sequestro del film Salò o le 120 giornate di Sodoma (Pasolini, 1976) riflettono un’epoca in cui l’autorità amministrativa esercitava poteri discrezionali sulla libera fruizione delle opere culturali. Solo nel 2021 è stata completamente abolita la censura cinematografica preventiva, sostituita da un sistema di classificazione delle opere.
La vicenda di Ravenna solleva quindi un nodo cruciale: un tempo protagoniste nella lotta contro la limitazione della parola altrui, le stesse associazioni – oggi – affidano la propria strategia direttamente alla rimozione da parte delle autorità preposte. Un approccio che modifica il terreno del confronto: dalla libera circolazione delle idee (manifesti alternativi, confronto, iniziative civiche) alla richiesta di «censura preventiva». Da un punto di vista costituzionale, l’art. 21 della Carta garantisce la libera manifestazione del pensiero, subordinando ogni forma di limitazione a norme specifiche e a casi tassativi, vagliati dalle autorità giudiziarie. Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha chiarito che la libertà d’espressione comprende anche «idee che offendono, disturbano o scioccano» (sentenza Handyside c. Regno Unito del 7 dicembre 1976).
Nel caso specifico, non è qui in discussione il contenuto dei manifesti, ma la modalità con cui si cerca di controllare l’espressione di alcune opinioni «non gradite»: non tramite confronto o replica, bensì mediante l’intervento dell’autorità amministrativa. Il confronto delle idee — pur contrapposte — trova il suo terreno più naturale nel dibattito, non nella rimozione coattiva.



