Di Simone Ortolani
La vicenda della cosiddetta «Famiglia del Bosco» pone una domanda scomoda quanto inevitabile: dove finisce la libertà dei genitori e dove comincia il diritto dei bambini a una crescita piena, non marginalizzata da scelte radicali del nucleo familiare? Il 19 dicembre 2025, la Corte d’Appello dell’Aquila ha confermato l’allontanamento dei tre figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham — Utopia Rose, 8 anni, e i gemelli Galoran e Blubell, 6 — sancendo la sospensione della responsabilità genitoriale.
La storia era emersa nel settembre 2024, in seguito a un grave avvelenamento da funghi che aveva coinvolto l’intera famiglia, isolata nei boschi dell’Alto Vastese. Un incidente, secondo i genitori; un segnale d’allarme per le autorità, che hanno disposto l’intervento d’urgenza. È opportuno ricordare che l’articolo 403 del Codice Civile — norma del 1942 nata sotto il governo Mussolini e tuttora al centro di accesi dibattiti per l’ampia discrezionalità che attribuisce alla magistratura — fu introdotto con l’intento di proteggere i minori in situazioni di pericolo o abbandono. Purtroppo, le cronache di maltrattamenti e infanticidi tra le mura domestiche non sono rare: occorre dunque restare ancorati a un esame di realtà, evitando pericolose idealizzazioni che vedono nella famiglia la perfezione assoluta e nello Stato un «mascalzone» a prescindere. Una forma di romanticismo e di moralismo naïf che Indro Montanelli avrebbe probabilmente bollato come un esercizio comodo per chi commenta la questione al sicuro, al caldo, scorrendo le notizie sul diplay del proprio dispositivo telefonico o davanti al pc, senza correre alcun rischio reale e godendo di tutti i comfort della tecnologia e della modernità (preclusi evidentemente ai tre minori, «ma tanto sono figli di altri, non miei»).
Le relazioni dei servizi sociali descrivono un quadro di neglect (trascuratezza): i bambini sono cresciuti in una baita a Palmoli priva di utenze, con pratiche igieniche rudimentali e in assenza di relazioni strutturate con il mondo esterno. Al momento dell’ingresso in comunità, i piccoli avrebbero manifestato forte disorientamento, timore dell’acqua corrente e difficoltà a rapportarsi con contesti ordinari per i loro coetanei.
Critico è anche il versante educativo. Secondo i giudici, la figlia maggiore, a otto anni, presentava lacune linguistiche e di alfabetizzazione tali da far dubitare dell’efficacia dell’istruzione parentale (homeschooling) rivendicata dalla coppia. Per la Corte, non si trattava di un modello pedagogico alternativo, ma di una condizione che rischiava di compromettere lo sviluppo cognitivo e sociale dei minori.
Affermare che i figli «appartengono ai genitori» sottende una visione proprietaria che riduce l’essere umano a un oggetto. Logicamente, tale impostazione richiama lo slogan «il corpo è mio e lo gestisco io»: in entrambi i casi, la dignità dell’individuo (nato o concepito) viene subordinata al volere assoluto di un «proprietario». Questa visione contrasta nettamente con la dottrina cristiana, che intende i figli non come beni, ma come doni affidati alla custodia responsabile dei genitori (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2378: «Il figlio non può essere considerato come oggetto di proprietà»). L’autorità genitoriale è un servizio, non un dominio.
Tuttavia, il caso riaccende il timore di interventi giudiziari ideologici. Il riferimento a Bibbiano non è casuale: quella vicenda ha lasciato una ferita profonda e una diffidenza diffusa verso il sistema degli affidi e l’uso di perizie tecniche talvolta opinabili. Per questo, ogni intervento dello Stato deve essere guidato da trasparenza, proporzionalità e garanzie, affinché la tutela non muti in abuso.
La disponibilità dei genitori a trasferirsi in una struttura idonea non è bastata a revocare il provvedimento. I giudici hanno ribadito che l’intervento pubblico deve rappresentare l’extrema ratio, ma non può arretrare quando sono in gioco salute, istruzione e socializzazione.
Per ora, il Natale dei piccoli Trevallion sarà lontano dalla baita di Palmoli. Solo i fatti chiariranno se quell’isolamento sia stato davvero un idillio o una prigione. L’eccesso di semplificazione non aiuta: è in gioco l’equilibrio tra il diritto dei bambini a non essere invisibili e la salvaguardia del legame naturale con i genitori. La sfida resta quella di tenere insieme tutela e limite, per evitare che uno Stato, nel tentativo di salvare un minore, finisca per travolgerlo.



