Al locale di Lugo Fata Roba di Lugo, domenica sera, entra Lisa Manara, il concerto si apre verso le 20:30. Suona la chitarra, passa con disinvoltura da Amy Winehouse alla musica africana, da La Cura di Battiato al Le Rondini di Lucio Dalla, poi si accompagna al pianoforte; dialoga con complicità con il pubblico. Rivela una grazia dell’anima che cattura immediatamente l’attenzione, non solo per la sua presenza scenica naturale, ma soprattutto per la voce bellissima, caratterizzata da timbrica calda, estensione notevole e una tecnica che rivela influenze soul, jazz e R&B.
La giovane artista dimostra sin dai primi accordi una versatilità notevole e un controllo vocale, con un fraseggio personale che non lascia affatto indifferenti. Prima dell’esibizione, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con lei sul suo percorso artistico.
Lisa, i tuoi primi ricordi musicali risalgono all’infanzia, grazie alla musica di tuo padre, tua madre e tuo nonno. Qual è il ricordo musicale più vivido che ancora ti accompagna quando sali sul palco?
«La musica ha tappezzato la mia vita di ricordi che si sono susseguiti nel tempo e che come un bagaglio a mano mi porto dietro e all’occorrenza rispolvero per riallacciarmi a tutti i pezzetti di me. Il ricordo più tangibile è l’immagine di mia mamma di spalle, seduta al pianoforte a muro nel salotto ed io e mia sorella che cantavamo le prime melodie. Ecco, la musica rimane come allora uno spazio di unione, il presupposto per stare insieme e condividere la leggerezza pensosa che la musica ti riesce a trasmettere quelle emozioni che in altro modo avresti un certo riserbo ad esternare ma che tramite la musica hanno la libertà di uscire senza il filtro dell’ego che a volte si frappone tra noi ed il mondo. Nella musica non esiste paura e non esiste giudizio».
Hai iniziato il tuo percorso con lo studio del pianoforte classico, per poi concentrarti sul canto. In che modo il rigore della formazione classica ha influenzato il tuo approccio al jazz e alla musica moderna?
«Sicuramente lo studio del pianoforte mi ha dato una base musicale e mi ha permesso di sviluppare inconsciamente musicalità e orecchio. Il rigore dell’approccio classico può essere valido finché però non diventa rigidità, perché il rischio è di rimanere incastrati in una riproduzione della musica che non riesca ad evolversi in un momento creativo ma soltanto emulativo. La musica classica ti da un metodo per lo studio, ti permette di apprendere gli aspetti fondamentali che una musica deve portare con sé, tra cui l’armonia, il ritmo tenuto in pancia dalla melodia, la dinamica che da vita ad un suono e studiare tutto ciò mi è stato utilissimo per tutti i generi musicali con cui a posteriori mi sono confrontata. Il punto è mettere in gioco se stessi, cercare la propria voce».

Raccontaci della tua prima esperienza davanti a un pubblico «sconosciuto»: quali emozioni hai provato e come sono cambiate, se sono cambiate, rispetto a quelle che vivi oggi nelle tue performance?
«La prima volta che mi esibii in pubblico fu in una festa della scuola alle medie. Ricordo che la mia maestra di musica mi chiese di cantare come solista il celebre brano Acquarius del musical Hair. Non stavo nella pelle. Quel mescolarsi di desiderio e agitazione, quel cuore che non sa come calmarsi ma che è il motore di tutta la musica che uscirà come un impeto. Le sensazioni che provai sono quelle che mi accompagnano tutt’ora quando salgo su un palco, ora ho imparato a riconoscerle e non sono inaspettate come allora ma le attendo lì sul primo gradino del palco».
La tua esperienza come corista e duettante accanto a Gianni Morandi ti ha portato su grandi palchi davanti a migliaia di persone. Quali insegnamenti ti ha lasciato questa collaborazione, sia dal punto di vista umano che professionale?
«Mi sono gettata in questa esperienza, curiosa di scoprire un mondo nuovo .Un lavoro completamente diverso da ciò che avevo fatto fino ad allora. Ho potuto constatare quanto lavoro e preparazione ci sia dietro ad un grande show che include la cura di tantissimi aspetti: tempistiche, posizioni sul palco, l’immagine, luci, e ovviamente la musica che deve essere il filo conduttore della serata. Gianni è un gigante nella sua professione, ha già nella sua mente il quadro di ciò che deve essere il suo spettacolo e centinaia di addetti tra musicisti e tecnici sono lì proprio per quello, creare uno spettacolo di qualità che soddisfi le emozioni della gente. Un’altra cosa che Gianni è riuscito a trasmettermi è il peso che ogni singola parola deve avere quando si interpreta un brano, un grande rispetto per la verità di ciò che si sta cantando».
Il progetto L’urlo dell’africanità è profondamente legato alla musica di Miriam Makeba e all’Africa. Qual è la canzone o il messaggio che più ti rappresenta di questa tradizione musicale?
«Ciò che mi porta la musica africana in generale è una storia, la storia di un popolo che spesso ha vissuto il dramma dello sfruttamento, della segregazione, della discriminazione ma che rimane ancorato al valore della terra, della tradizione, un viscerale legame con tutto ciò che ci da la natura come l’istinto naturale alla danza, all’uso dei canti che scandiscono vari momenti della giornata o rituali. La musica africana riassume in sé il concetto di musica che unisce e lenisce: unisce perché la musica diventa un’esperienza di condivisione e unisce anche nella memoria di un popolo che si porta dietro la sua storia tramite la musica; lenisce perché la musica esorcizza un dolore, non ti salva ma ti da un orizzonte da costruire».
Come descriveresti la sfida – e la soddisfazione – di scrivere canzoni in italiano, soprattutto in un contesto musicale che spesso ha una forte connotazione internazionale?
«La musica italiana in quest’ultimo periodo sta avendo un periodo di grande rinascita a mio avviso. Gli artisti italiani stanno riconoscendo sempre di più la forza della nostra lingua, del cantautorato, la delicatezza che può restituire la poetica italiana, o l’autenticità e l’incisività del dialetto che penetra direttamente al cuore della gente che si riconosce prima ancora nel suono che nella parola di questa lingua . La sfida più grande del nostro tempo è l’autenticità in un mondo che tende a voler globalizzare tutto, sterilizzare ogni slancio vitale in senso opposto, la vera sfida è rimanere se stessi ed emergere in un contesto saturo di ogni cosa».
Nei tuoi brani e nella tua musica, sogni e incubi sembrano avere un ruolo importante. Hai mai trasformato queste esperienze oniriche in qualcosa di concreto nei tuoi testi o nelle tue esibizioni?
«Una bella suggestione che non è ancora stata concretizzata, chissà».
Come riesci a mantenere il tuo equilibrio personale e la tua riservatezza in un mondo musicale che spesso richiede grande esposizione pubblica?
«Cerco di scindere ciò che è la mia vita privata da ciò che riguarda la mia vita artistica. Credo che questa sovraesposizione sia una trappola da cui si fatica ad uscire una volta entrati; il rischio è perdere se stessi perché ciò che importa in un mondo dominato dai social è la narrazione che si fa di sé e non chi siamo veramente. Io per scrivere, per cantare, per fare musica ho bisogno di sapere chi sono e allo stesso tempo lo scopro facendo musica».
Hai esplorato diversi generi musicali nel corso della tua carriera. C’è un genere o un artista con cui ti piacerebbe sperimentare o collaborare in futuro?
«Una cosa che non ho mai fatto assolutamente ma che prima o poi vorrei sperimentare è cantare un’opera di un grande compositore a teatro».
Se potessi cantare accanto a qualsiasi artista, vivente o del passato, chi sceglieresti e perché?
«Ce ne sono un paio che citerei: Battiato che è stato un visionario, che è un po’ ciò che io intendo per artista, qualcuno che ti sappia accompagnare nel mondo facendoti vedere le cose da un’altra prospettiva. Come secondo nome direi Janis Joplin che mi folgorò con la sua emotività travolgente, forse fu proprio quando ascoltai Little girl blue che mi riconobbi e decisi che la musica sarebbe stata la mia vita».



