Di Gianfranco Spadoni
La Regione Emilia-Romagna, insieme alla sua omologa toscana, nell’ottica di aumentare l’offerta della pillola abortiva RU486, intende sperimentare la possibilità di somministrare questo farmaco a domicilio sulla base di un semplice “colloquio telefonico significativo”. Si tratta di un provvedimento che desta seria preoccupazione per il percorso eccessivamente semplificato, il quale non dovrebbe prescindere dal controllo diretto di professionisti sanitari competenti presso apposite strutture, come l’ospedale o il consultorio.
Il nuovo protocollo regionale prevede una gestione mista tra le citate strutture sanitarie e il domicilio della persona interessata; proprio in riferimento a quest’ultima modalità, l’ente bolognese promuove come “aumento dell’offerta” un iter domiciliare non privo di incertezze e perplessità. Ciò accade soprattutto perché viene a mancare il controllo e l’assistenza diretta da parte del personale sanitario, limitando la propria azione a un semplice e non meglio definito contatto telefonico per monitorare il decorso a casa.
L’aborto farmacologico e la relativa somministrazione delle pillole abortive richiedono protocolli attenti e percorsi assistiti in idonei ambienti sanitari a tutela della donna; pertanto, andrebbero escluse metodologie innovative, come quella della sperimentazione a domicilio, che non offrono alcuna sicurezza per le persone che compiono questa scelta. La Regione Emilia-Romagna, così come la Toscana, dovrebbe impegnare le proprie risorse economiche per migliorare i servizi pubblici cui rivolgersi per l’interruzione volontaria di gravidanza, offrendo consulenza e un adeguato supporto psicologico, oltre a indicare, alle persone che attraversano un periodo delicato della propria vita, opportunità alternative al ricorso a tale pratica e la relativa assistenza.



