Otto anni di battaglia legale si chiudono con un’assoluzione. Al centro la contestazione di un cittadino sui costi e le procedure di affidamento delle illuminazioni natalizie
RAVENNA – Una sentenza che fa discutere e che potrebbe creare un precedente importante per la libertà di critica verso l’operato delle amministrazioni pubbliche. La Corte d’Appello di Bologna ha assolto con formula piena Fabio Tramonti, cittadino ravennate che per otto anni ha combattuto un’accusa di diffamazione dopo aver criticato sui social network i videomapping natalizi del Comune e le modalità con cui venivano assegnati gli incarichi.
La vicenda nasce dalle festività natalizie 2017-2018, quando Tramonti pubblicò su Facebook alcuni post critici nei confronti delle spettacolari proiezioni luminose che dal 2011 al 2022 hanno illuminato monumenti e palazzi storici del centro cittadino. Protagonista di queste realizzazioni Andrea Bernabini, fotografo e visual artist locale, che per oltre un decennio ha curato i progetti natalizi della città.
Come ha osservato Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna, «tutti, secondo i conteggi ogni volta prodotti pubblicamente dal sottoscritto consigliere comunale, sono parsi molto costosi. Deus ex machina, con vari ruoli, è stato il ravennate Andrea Bernabini».
Le accuse e la prima condanna
I post di Tramonti non erano passati inosservati. Bernabini aveva deciso di querelare il concittadino per alcune affermazioni particolarmente dure: «I brutti film di Bernabini ci costano quasi 200.000 euro… e son tutti soldi rubati alla città» e ancora «I filmini di Bernabini hanno la stessa valenza culturale dei fuochi d’artificio e dei petardi e ci costano un capitale». Ma era soprattutto l’accusa di «clientelismo più smaccato» a far scattare l’azione penale.
Nel marzo 2021, il Tribunale di Ravenna aveva dato ragione al visual artist, condannando Tramonti a 2.000 euro di multa oltre al risarcimento di 5.000 euro e alle spese legali per ulteriori 5.000 euro. Una sentenza che sembrava chiudere definitivamente la questione.
Il ribaltone in Appello
Ma il 13 maggio 2025 è arrivato il colpo di scena. La Corte d’Appello di Bologna ha completamente ribaltato il verdetto, assolvendo Tramonti perché «il fatto non sussiste» e annullando tutte le condanne civili. Una decisione motivata con argomentazioni che vanno al cuore del diritto di critica dei cittadini.
I giudici di secondo grado hanno infatti stabilito che le affermazioni di Tramonti, pur «colorite», non erano «gratuitamente offensive» ma rappresentavano legittime critiche alle scelte amministrative. Secondo la Corte, quando il cittadino parlava di «soldi rubati alla città» non si riferiva a Bernabini, ma alle decisioni dell’amministrazione comunale di «investire tanto denaro in un’opera ritenuta eccessivamente dispendiosa, oltre che inutile stante la bellezza intrinseca dei monumenti ravennati».
La sentenza chiarisce ulteriormente che l’accusa di clientelismo era rivolta non al professionista ma al Comune, colpevole secondo l’imputato di «affidare la realizzazione del videomapping senza alcuna gara, in forma diretta a vantaggio di Bernabini, anziché con procedure che garantissero una maggiore trasparenza nell’attribuzione dell’incarico».
I numeri della discordia
Emerge dai documenti processuali una significativa discrepanza sui costi: mentre Tramonti parlava di 200.000 euro, l’importo effettivo per l’edizione contestata risultava di 31.110 euro. Tuttavia, la Corte ha ritenuto «pacifico e non contestato» il fatto che l’incarico fosse stato attribuito a Bernabini in via diretta, senza gara, «fra l’altro per molti anni consecutivi».
Un elemento che ha pesato nella decisione è stato il fatto che le critiche di Tramonti erano condivise anche in consiglio comunale, dove alcuni componenti avevano definito «folli» certe scelte amministrative, confermando il carattere di legittimo dibattito pubblico delle osservazioni contestate.
Precedente per la democrazia locale
La sentenza d’appello va oltre il caso specifico e tocca questioni fondamentali per la democrazia locale e la trasparenza amministrativa. I giudici hanno sottolineato che si trattava di «legittime critiche all’operato dell’amministrazione comunale, che peraltro non ha sporto querela», stabilendo che simili messaggi «non possono essere ritenuti diffamanti» quando riguardano il controllo democratico sull’utilizzo dei fondi pubblici.
Il caso Ravenna si inserisce così nel più ampio dibattito sulla libertà di espressione nell’era digitale e sui limiti del diritto di critica verso le istituzioni. Una questione che, come dimostra questa lunga battaglia legale, può avere conseguenze significative sia per i cittadini che decidono di esprimere pubblicamente il proprio dissenso, sia per i professionisti che lavorano con la pubblica amministrazione.
La Corte d’Appello, nel suo dispositivo, ha voluto precisare che l’espressione «clientelismo» può essere intesa «anche come mero favoritismo», senza necessariamente presupporre «un’attività bilaterale» tra le parti coinvolte. Una distinzione sottile ma cruciale che ha contribuito a ribaltare un verdetto che sembrava definitivo e che ora potrebbe influenzare futuri casi simili in tutta Italia.



