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martedì 14 Aprile 2026
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Ravenna: il «Sistema Certificati» che scuote la sanità e divide la politica

di Simone Ortolani

L’inchiesta giudiziaria che ha travolto il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna è uscita dai confini dei codici penali per trasformarsi in uno scontro istituzionale senza precedenti. Al centro del ciclone si trova il provvedimento firmato dalla GIP Federica Lipovscek, che ha disposto la sospensione professionale per dieci mesi di tre medici e il divieto di certificazione per altri cinque colleghi. L’accusa è pesante: falso ideologico e interruzione di pubblico servizio, legati alla presunta emissione di certificati medici «compiacenti» per impedire il trattenimento di cittadini stranieri nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR).

L’Accusa: una «fabbrica di attestazioni» ideologica

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, accolta nell’ordinanza della GIP Lipovscek, dal reparto sarebbero uscite sistematicamente attestazioni di inidoneità al trattenimento, ostacolando l’allontanamento di soggetti irregolari. Alvaro Ancisi (Lista per Ravenna) ha denunciato in Consiglio comunale una deriva iniziata nell’aprile del 2025, accusando l’AUSL Romagna di aver assistito in silenzio a una produzione seriale di certificati che rispondevano a una visione ideologica sull’immigrazione. Il consigliere ha puntato il dito contro la trasformazione di una struttura pubblica in uno strumento di ostruzione sistematica alle decisioni dello Stato, violando il principio di imparzialità della pubblica amministrazione.

De Pascale: la difesa del «volto umano» della sanità

Il presidente della Regione, Michele de Pascale, era già intervenuto con forza nel dibattito, spostando l’accento sulla tutela della dignità professionale e sulla presunzione di innocenza. Pur ribadendo il rispetto per l’autonomia della magistratura, de Pascale ha rivolto un «abbraccio» ideale ai medici coinvolti: «Conosco uno per uno i reparti e i volti di quell’ospedale e so bene quali sentimenti stanno attraversando i professionisti e le professioniste del Santa Maria delle Croci. A ciascuno di loro va la mia piena vicinanza».

Il presidente ha contestato duramente gli attacchi politici piovuti dal governo (con riferimento alle parole di Matteo Salvini), definendo inaccettabile che i medici siano «già attaccati pubblicamente da una delle massime autorità del Paese» senza nemmeno un rinvio a giudizio. La sua tesi è che la politica stia scaricando sui medici responsabilità che non competono loro: «Oggi la normativa italiana scarica sui medici delle Ausl una responsabilità enorme, quella di stabilire l’idoneità al Cpr in assenza di linee guida sanitarie chiare. La politica non si assume le proprie responsabilità e lascia i problemi umanitari, sanitari e di sicurezza sulle spalle di medici, forze dell’ordine e magistrati».

Il paradosso del Flash Mob e l’autogol giudiziario

Un momento chiave è rappresentato dal flash mob di solidarietà del 16 febbraio. Se per de Pascale e il centrosinistra era un atto di vicinanza doverosa, per la magistratura è stato un fattore aggravante. Alberto Ancarani (Forza Italia) ha evidenziato come, nelle motivazioni della GIP Lipovscek, quel «clima di solidarietà» sia stato interpretato come un contesto favorevole alla reiterazione dei reati, rendendo necessarie le misure cautelari. In pratica, la mobilitazione politica avrebbe convinto il giudice che i medici si sentissero protetti da una rete di consenso istituzionale, aumentando il rischio di nuove violazioni.

I CPR come «buco nero del diritto»

A supporto della tesi difensiva è intervenuto l’avvocato ed ex deputato di Sinistra Italiana – Possibile Andrea Maestri, definendo i CPR come «buchi neri del diritto»: i medici non avrebbero falsificato documenti, ma avrebbero esercitato il loro dovere di proteggere persone fragili da condizioni detentive degradanti. In quest’ottica, il certificato di inidoneità diventa l’ultima barriera contro trattamenti inumani, rendendo lo scontro tra Procura e corsia una battaglia sulla gerarchia dei valori: da un lato il rispetto delle procedure di espulsione dello Stato, dall’altro la tutela della vita e della dignità umana sancita dalla Costituzione.

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