Cesena – Un anno. Dodici mesi sono trascorsi da quando la Romagna ha perso uno dei suoi figli più devoti e battaglieri. Riccardo Chiesa, avvocato di lungo corso e figura di spicco del movimento autonomista romagnolo, si è spento lasciando un vuoto che va ben oltre la dimensione personale, per toccare le corde più profonde di un territorio che ha sempre considerato casa e missione insieme.
«Riccardo Chiesa, avvocato illustre e generoso, appassionato della vita, arguto, gaudente, diritto, combattivo», così lo ricorda Giovanni Poggiali, attuale presidente del Movimento per l’Autonomia della Romagna (M.A.R.), in una testimonianza che ha il sapore del testamento politico e umano insieme. Non è solo il ritratto di un uomo, ma il profilo di un’epoca e di una battaglia che attraversa decenni di storia repubblicana.
L’eredità di una generazione
Chiesa rappresentava il ponte tra i fondatori storici del movimento autonomista – «i giganti Stefano Servadei e Lorenzo Cappelli» come li definisce Poggiali – e le nuove generazioni. Un ruolo di cerniera in un momento cruciale, quando la Romagna cercava di ridefinire la propria identità in un’Italia in trasformazione.
La sua presidenza del M.A.R. non è stata solo una questione di cariche e responsabilità istituzionali. «Per tanti anni sono stato al suo fianco», rammenta Poggiali, «quando dopo la scomparsa dei fondatori, lui presidente ed io suo vice abbiamo tenuto insieme come meglio abbiamo potuto il Movimento». Un sodalizio che parla di continuità generazionale e di passione condivisa per una causa che travalica le ambizioni personali.
La lezione della responsabilità
C’è un momento nella testimonianza di Poggiali che illumina il carattere di Chiesa meglio di qualsiasi biografia ufficiale: «Quando Riccardo si accorse che le forze gli venivano meno ha fatto quello che fanno i galantuomini: un passo di lato». In un’epoca di leadership che si aggrappano al potere, questa capacità di riconoscere i propri limiti e di favorire il ricambio assume i contorni di una lezione morale oltre che politica.
Il passaggio di testimone ha generato sviluppi significativi. La nascita di “Rumagna Unida”, definita «il figlio politico del M.A.R.», rappresenta l’evoluzione naturale di un movimento che sa adattarsi ai tempi mantenendo salda la propria identità. Chiesa ha benedetto questa trasformazione «con raccomandazioni ma senza esitazioni», dimostrando ancora una volta la sua capacità di guardare oltre il contingente.
Autonomia e democrazia nell’Europa del XXI secolo
Il ricordo di Chiesa si inserisce in un momento particolare della storia italiana ed europea. Non è casuale che Poggiali citi le parole del Presidente della Repubblica sulla sussidiarietà, pronunciate in un recente incontro con la Fondazione per la Sussidiarietà. «È nel vivo della società che la sussidiarietà trova la sua radice più profonda», aveva osservato Mattarella, tracciando un collegamento diretto con le battaglie autonomiste che hanno caratterizzato l’azione di Chiesa.
La sussidiarietà come «spazi di autonomia, di partecipazione, di concorso delle persone» non è solo un principio astratto, ma la traduzione istituzionale di quella specificità romagnola che Chiesa ha sempre rivendicato. La lunga vicenda per il ricongiungimento alla Romagna dei comuni del Montefeltro rappresenta l’esempio concreto di come si possa coniugare identità territoriale e rispetto delle regole democratiche.
Una questione che va oltre la Romagna
«Oggi che il principio democratico vive giorni difficilissimi», osserva Poggiali, «la questione della Romagna assume tutto il suo rilievo andando persino oltre i contingenti problemi di subordinazione e di mancata rappresentazione istituzionale adeguata». È forse questa la chiave di lettura più attuale dell’eredità di Chiesa: l’autonomia non come capriccio campanilista, ma come antidoto democratico alla centralizzazione del potere.
In un momento storico in cui «pericolosi sbandamenti si segnalano quotidianamente ovunque, anche nelle nazioni di più antico ordine parlamentare», la battaglia autonomista romagnola diventa paradigmatica di una resistenza democratica più ampia. Le parole di Mattarella sono chiare: «Le autonomie, territoriali e sociali, sono con evidenza incompatibili con i regimi autoritari».
Il lascito di un galantuomo
Riccardo Chiesa non era solo un autonomista, era «ottimo padre e marito», «sempre attivo per la sua Cesena e la valle del Savio, per la musica, per lo sport ma soprattutto per la Romagna». Un uomo completo, che ha saputo coniugare la dimensione privata con quella pubblica senza mai perdere di vista l’orizzonte più ampio.
«Riccardo aveva pienissima contezza della misura molto più grande del valore democratico di una pur importantissima faccenda di riscatto storico e territoriale», conclude Poggiali. È questa consapevolezza il vero testamento politico di Chiesa: capire che l’autonomia della Romagna non è un fine in sé, ma uno strumento per una democrazia più autentica e partecipata.
A un anno dalla scomparsa, il ricordo di Riccardo Chiesa si trasforma in monito e in programma. «È sempre stato un grande onore poter servire la causa di questa nostra antica regione d’Italia e d’Europa». Un onore che diventa responsabilità per chi rimane.



