Per secoli, bande armate di cacciatori di uomini si rifornivano nella Valle del Nilo, dalla Nubia ai Grandi Laghi centroafricani: il territorio preferito era il Sudan, dove la merce abbondava, le vittime seguivano culti animisti e quindi potevano essere prelevate senza incontrare il divieto religioso che impediva ai maomettani e ai cristiani di fare schiavi loro correligionari.
La «merce» veniva avviata, a piedi, verso le coste del Mar Rosso, e qui veniva imbarcata sulle navi negriere dirette in Arabia e in Oriente. Una volta catturati, gli africani dovevano essere alimentati: se ne morivano troppi nel viaggio verso i porti, la spedizione si risolveva in una perdita. Gli schiavisti davano ai loro prigionieri cibi facili da trasportare, come i chicchi del caffè, pianta spontanea in quelle regioni, e nei secoli le deiezioni di quei disgraziati facevano crescere quegli arbusti lungo le vie che percorrevano. Strade del caffè, e del dolore, che ancora si possono individuare.
A un certo punto, gli inglesi, che dominavano l’Egitto, si indignarono per il destino degli africani e cercarono di stroncare l’infame commercio.
Il britanno invasato che comandava in Egitto, Charles George Gordon, nel 1873 incaricò Romolo Gessi di occuparsi della faccenda: stroncare la tratta, portare ordine e civiltà fra gli indigeni, sedare il disordine che affliggeva quelle regioni, svelare i segreti del corso del Nilo, un’antica ossessione europea. Gessi percorse i sentieri del Sudan ingaggiando decine di scontri a fuoco con gli schiavisti, sempre in prima fila.
Il generale Gordon era specializzato nel raddrizzare la schiena agli «incivili»: aveva sparato ai cinesi nelle vergognose Guerre dell’Oppio, agli etiopici cristiani, ora si occupava di arabi. Il generale conosceva bene Gessi e lo stimava.
Romolo era nato a bordo di una nave che viaggiava da Ravenna a Costantinopoli, nel 1831; suo padre era ravennate, sua madre era armena. Romolo era cittadino del mondo, ma allo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza si arruolò volontario nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, comandato da Giuseppe Garibaldi. La Britannia però non si era dimenticata di Romolo, che, rimasto orfano a undici anni, fu in grado di proseguire gli studi a spese del Governo di Londra.
Era un elemento di prim’ordine del resto: un soldato combattivo, un esperto di geografia e di mare, si esprimeva bene in sette lingue. Sposò Maria, una violinista romena, dalla quale ebbe sette figli.
Un uomo notevole, che poteva vivere bene sfruttando le sue molte doti, ma l’Africa lo aspettava. Percorse i luoghi più inaccessibili e pericolosi del Sudan; già che c’era adottò anche una bambina pigmea rimasta orfana, Zaida.
Con il ravennate Pellegrino Matteucci viaggiò nel sud dell’Etiopia, una fra le tante spedizioni che effettuò.
Gessi morì in Egitto nel 1881, una settimana prima di compiere cinquant’anni, sfinito dalle malattie tropicali e dalla vita che aveva condotto. Fu uno dei primi europei a combattere con le armi in difesa degli africani.
Il Duca degli Abruzzi volle chiamare Monte Gessi una delle vette del Ruwenzori, alta 4.715 metri. Romolo è sepolto nel Cimitero di Ravenna, insieme a Negri e Matteucci, anche loro esploratori. Una via del centro di Ravenna lo ricorda, ma da qualche anno è stata «accorciata» per intitolarne una parte a Raul Gardini; una volta in quella via c’erano l’Anagrafe e la Banca d’Italia.
Il regime fascista celebrò Gessi, ma senza troppo entusiasmo: Romolo era un po’ sbilanciato dalla parte degli africani per i gusti dell’epoca; a Hollywood, per fortuna, non lo conoscono, altrimenti chissà cosa verrebbe fuori…



