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giovedì 22 Gennaio 2026
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Savoia in quota

Lo aveva scritto Claudio Tolomeo, un egiziano cittadino romano vissuto nel II secolo dopo Cristo: nel cuore dell’Africa si trovavano imponenti montagne ricoperte di neve e ghiacci eterni, i Monti della Luna, che sfavillavano da lontano.
Non gli aveva creduto nessuno: come potevano esserci ghiacci e freddo nel centro di un continente caldissimo?

Nel 1889 Henry Morton Stanley scalò quelle montagne, che si chiamavano Ruwenzori, situate oggi tra Uganda e Congo. Nel 1906 il Duca degli Abruzzi si arrampicò su quelle vette e battezzò tre cime con i nomi di Umberto, Margherita e Alessandra. Non tutti i cartografi riportarono questi nomi: in effetti il Duca aveva italianizzato la montagna, ma esercitava un diritto ancora oggi riconosciuto, quello per cui il primo che raggiunge un luogo inesplorato gli assegna il nome che preferisce. Rimase comunque sulle mappe la Cima Margherita, che supera i cinquemila metri di altezza, sulla quale il Duca issò un tricolore italiano donatogli dalla Regina Margherita come buon viatico per l’impresa alla quale si accingeva.

Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, era figlio di Amedeo, il Savoia che fu Re di Spagna dal 1870 al 1873, e suo nonno era Vittorio Emanuele, primo Re d’Italia.
Il Duca viaggiò in tutto il mondo, ma il suo cuore fu conquistato dall’Africa: negli anni Venti del secolo scorso si stabilì nella Somalia italiana. Risalì e mappò il fiume Uebi Scebeli (il “fiume dei leopardi”, in lingua locale) e fondò il Villaggio Duca degli Abruzzi, oggi Johar, non lontano da Mogadiscio, dove l’agricoltura moderna ebbe grande sviluppo. Morì nel “suo” villaggio nel 1933, lasciando queste istruzioni circa la propria sepoltura:
«Preferisco che intorno alla mia tomba si intreccino le fantasie delle donne somale piuttosto che le ipocrisie degli uomini civilizzati».

Le “fantasie delle donne”, nel linguaggio dell’epoca, erano le danze tribali. D’altra parte, il Duca pare avesse amato una principessa somala, Faduma Ali. Nel 1992 i soldati italiani tornarono in Somalia, nel quadro di un’operazione internazionale, e si spinsero fino al Villaggio del Duca: volevano prenderne i resti e riportarli in Italia, ma la popolazione locale espresse la volontà di continuare a custodire la tomba di Luigi Amedeo, essendo ancora molto legata alla sua memoria. Davvero un lieto fine per un uomo che aveva amato profondamente gli africani, ed era stato ricambiato.

Qualche anno prima, nel 1876, l’esploratore genovese Luigi Maria de Albertis, risalendo il fiume Fly, in Nuova Guinea (oggi Papua Nuova Guinea), ne trovò le sorgenti e chiamò Vittorio Emanuele le montagne che vi si ergevano, alte fino a tremilacinquecento metri.

De Albertis, a diciannove anni, si era arruolato nei Mille di Giuseppe Garibaldi, poi aveva cominciato a girare il mondo. Alla fine dell’Ottocento la Nuova Guinea era ancora in gran parte inesplorata: gli europei ne conoscevano soltanto le coste, ma, viste le dimensioni della grande isola — la seconda al mondo dopo la Groenlandia —, intravedevano la possibilità di sfruttarla e saccheggiarla, come spesso accadeva. Olandesi, tedeschi e inglesi avevano iniziato a interessarsi a quella terra incognita.

Nel caso dell’esploratore De Albertis, furono gli inglesi a finanziare le sue spedizioni, finalizzate a raccogliere animali (in particolare gli ambitissimi uccelli del paradiso), piante e minerali per il British Museum: alle raccolte scientifiche e alle mappature sarebbero seguiti militari e commercianti. Infatti, dopo pochi anni, la Nuova Guinea fu divisa in tre grandi aree di influenza: olandese, tedesca e inglese.

L’esploratore italiano riuscì comunque a dare il nome del suo re a quelle montagne, che ancora oggi sono riportate nelle carte come Victor Emanuel Range. De Albertis morì nel 1901, all’età di sessant’anni, e fu sepolto al Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova.

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