Un esemplare di Caretta caretta recuperato in condizioni disperate solleva interrogativi sulla sicurezza ambientale dell’impianto industriale. Preoccupazioni per il nido in prossima schiusa.
Mercoledì 13 agosto, nelle acque cristalline dell’Adriatico tra Punta Marina e la nave rigassificatrice BW Singapore, due escursioniste in canoa hanno fatto una scoperta che potrebbe rivelare un dramma ambientale silenzioso. Una tartaruga marina Caretta caretta, specie protetta e simbolo della biodiversità adriatica, galleggiava praticamente inerte avvolta da un denso strato di schiume che ricopriva la superficie del mare come un manto mortale.
Il video girato per guidare i soccorsi mostra un’immagine che difficilmente si dimentica: l’animale, normalmente agile e vitale, appare completamente debilitato tra le sostanze schiumose che caratterizzano le acque dove opera il rigassificatore entrato in funzione pochi mesi fa.
Il processo industriale sotto accusa
La formazione di queste schiume non è casuale. Il rigassificatore utilizza un sistema a “ciclo aperto”, la soluzione più economica per l’investitore ma potenzialmente devastante per l’ecosistema marino. Il processo richiede enormi quantità di acqua di mare per trasformare il gas liquefatto in forma gassosa attraverso scambio termico.
Per evitare il deterioramento degli impianti, l’acqua marina viene massicciamente sterilizzata con ipoclorito di sodio – essenzialmente candeggina industriale – prima di essere rilasciata nuovamente in mare, generando quelle schiume tossiche che ora sollevano interrogativi drammatici.
«Il rigassificatore al largo di Punta Marina creerà grandissimi problemi sia alla fauna ittica che ai pescatori», aveva avvertito Sauro Pari, direttore di Fondazione Cetacea di Riccione. Le sue parole, pronunciate all’inizio dell’anno, assumono oggi un significato profetico: «Secondo la Fondazione Cetacea, l’impatto sarà simile a quello registrato una decina d’anni fa per il rigassificatore di Porto Viro, dove fu registrata una morìa anomale di tartarughe marine».
Un meccanismo letale invisibile
Il meccanismo che porta alla morte di questi animali è tanto subdolo quanto crudele. L’apparato digerente della tartaruga viene “sterilizzato” dai prodotti chimici, compromettendo irrimediabilmente la capacità di assorbire nutrienti. L’animale si debilita progressivamente, spesso senza possibilità di recupero, in quello che gli esperti definiscono un processo di “morte lenta”.
La scelta del ciclo aperto rispetto al ciclo chiuso rappresenta il cuore del problema. Mentre quest’ultimo non prevederebbe l’utilizzo di acqua marina né il conseguente rilascio di sostanze chimiche, il primo garantisce maggiori profitti economici a scapito della sicurezza ambientale.
L’Adriatico: un santuario in pericolo
L’ironia amara è che proprio l’Adriatico rappresenta uno degli habitat privilegiati per la vita e la riproduzione di delfini e tartarughe marine. Come evidenziato dalla stessa SNAM durante la fase progettuale, queste acque sono un ecosistema di importanza cruciale per la biodiversità mediterranea.
Oggi, mentre la tartaruga recuperata lotta per sopravvivere nei centri specializzati, emerge una preoccupazione ancora più grave: cosa accadrà alle piccole tartarughe che nasceranno dal nido scoperto proprio a Punta Marina quando arriverà il momento della schiusa ormai imminente?
Il silenzio dei monitoraggi
Particolare inquietudine destano i dati mancanti sui monitoraggi tramite MMO (Marine Mammals Observer) che erano stati promessi durante la fase di approvazione del progetto. Questi controlli, fondamentali per valutare l’impatto reale dell’impianto sulla fauna marina, sembrano non essere stati ancora divulgati, alimentando sospetti su una possibile volontà di nascondere dati scomodi.
Animal Liberation ODV e Italia Nostra sezione di Ravenna, le due associazioni che hanno lanciato l’allarme con questo comunicato, chiedono ora trasparenza totale sui risultati delle osservazioni marine e una valutazione urgente sulla sicurezza delle acque dove dovranno nuotare le piccole tartarughe appena nate.
Una decisione cruciale
Il caso della tartaruga trovata moribonda tra le schiume potrebbe rappresentare solo la punta dell’iceberg di un disastro ambientale più ampio. La decisione su cosa fare con i piccoli del nido di Punta Marina diventa ora un test cruciale per misurare l’effettiva volontà delle istituzioni di proteggere la biodiversità marina.
Rilasciare le piccole tartarughe in un ambiente potenzialmente compromesso significherebbe condannarle a una morte quasi certa. Trattenerle artificialmente comprometterebbe il loro naturale processo di adattamento all’ambiente marino. Una scelta impossibile che evidenzia la gravità delle conseguenze di decisioni industriali prese senza adeguata considerazione dell’impatto ambientale.
L’Adriatico, mare nostrum ricco di vita e tradizioni, rischia di trasformarsi in un laboratorio chimico a cielo aperto. La tartaruga trovata tra le schiume potrebbe essere il primo messaggero di un ecosistema in agonia, un grido di allarme che Animal Liberation ODV e Italia Nostra sezione di Ravenna non permettono più di ignorare con questo drammatico appello alle istituzioni.



