Nel febbraio del 1941 la base della nostra Marina a Massaua era in subbuglio: gli italiani erano in guerra con gli inglesi, che stavano vincendo e presto sarebbero arrivati nel porto. Molte delle navi italiane erano perdute e non avevano alcuna capacità di prendere il largo per sottrarsi alla cattura. C’era però, alla banchina, una nave dotata di grande autonomia e in ottime condizioni: l’Incrociatore Eritrea. Costruita a Castellamare di Stabia nel 1935, era lunga 96 metri, dislocava circa 3.000 tonnellate, aveva un equipaggio di 234 marinai ed era ben armata.
La nave fu riempita di provviste, acqua e munizioni, e il 18 febbraio uscì dal porto: poteva ancora sfuggire al nemico e continuare a fare la sua parte. In Italia, tuttavia, non poteva rientrare; il Canale di Suez, ovviamente, le era precluso, e il periplo atlantico significava incontrare certamente grosse navi nemiche. La nave doveva salvarsi attraverso l’Oceano Indiano, meno presidiato, ma pur sempre in mano agli inglesi quasi dappertutto. Così saldamente in mano che spesso, negli atlanti inglesi dell’epoca, non si scriveva «Oceano Indiano», ma «British Lake», come peraltro facevano i veneziani, che chiamavano «Golfo di Venezia» l’intero Mare Adriatico, ancora duecentocinquanta anni fa.
Anche il presidente USA Donald Trump, pochi mesi fa, ha ribattezzato «Gulf of America» il Golfo del Messico…
Dove andare dunque? Intanto il comandante doveva uscire dal Mar Rosso, dove era certo di fare brutti incontri. Infatti più volte navi inglesi di pattuglia si accostarono all’Eritrea, che aveva l’ordine di non accettare combattimento in nessun caso. I marinai italiani sapevano di essere in pericolo: quelli che gli davano la caccia erano molto più armati di loro. A bordo della nostra nave c’era un soldato eritreo, Mohamed Shun Omar, quarantenne, molto distinto, sempre avvolto in testa da un turbante bianco: si rivelò anche un veggente, perché cominciò a consigliare una rotta piuttosto che un’altra, prevedendo quella più sicura. Era come se lui vedesse attraverso le onde, le distanze e l’oscurità. Gli uomini di mare, si sa, sono superstiziosi: all’inizio Mohamed gli sembrava un chiacchierone, poi cominciarono a prenderlo sul serio.
Sta di fatto che la nave Eritrea sfuggì ai suoi inseguitori, anche a quelli più prossimi, uno dopo l’altro, avvicinandosi alle coste orientali del grande Oceano: la destinazione finale era il Giappone, alleato e amico dell’Italia, che però aveva fatto sapere che avrebbe accolto il vascello italiano solo se questo non avesse attaccato nessun bastimento civile inglese, magari sorpreso isolato in alto mare. Non era ancora il tempo della guerra per l’Impero del Sol Levante, e non volevano guastarsi con la grande potenza coloniale.
La nostra nave riuscì a infilarsi nel dedalo delle isole che oggi formano l’Indonesia, allora Indie Olandesi, si camuffò da nave portoghese, arrivò nell’Oceano Pacifico e il 18 marzo approdò al porto di Kobe, in Giappone.
Aveva navigato senza interruzione per 31 giorni, macinando 17.000 chilometri di mare, quasi sempre in acque nemiche.
La nave, nel dopoguerra, fu presa dalla Francia come risarcimento di guerra e finì la sua carriera come nave-bersaglio di una bomba atomica nel Pacifico.
I reduci della nave Eritrea rimasero sempre convinti che la crociera fosse andata bene grazie alla perizia del comandante Marino Iannucci e alle premonizioni e visioni del veggente Mohamed, soprattutto nella prima parte del viaggio, la più pericolosa.



