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Strega e guaritrice. Conversazione con Antonietta Uras, autrice del romanzo «Julia, la strega di Siligo»

Tra superstizione e sapere popolare, la storia di Julia Carta racconta una Sardegna segnata dal controllo spagnolo e dalle paure collettive. Il romanzo di Antonietta Uras la restituisce alla memoria.

Una donna fuori dagli schemi, sospesa tra il ruolo di guaritrice e l’accusa di stregoneria. Julia Carta rivive nelle pagine del romanzo di Antonietta Uras, Julia, la strega di Siligo (Io Scrittore, 2024). L’autrice – che ha vissuto a Ravenna e ha già dato alle stampa il libro L’ultima regina di Torres (Curcio Editore) nel 2014- intreccia gli atti processuali studiati dallo storico Tommasino Pinna con la forza della narrazione letteraria, per restituire voce e umanità a una figura controversa e affascinante.

Il romanzo si basa su documenti storici. Quali difficoltà ha incontrato nel trasformare gli atti del processo in una narrazione romanzata?
«La documentazione su Julia Carta è piuttosto scarna, limitata agli atti dei due processi che ha subito. Proprio su queste fonti ha lavorato lo storico Tommasino Pinna, che ha dedicato ricerche approfondite alla vicenda. Curiosamente, questa parte storica è stata la più semplice, poiché le fonti erano precise. La sfida più grande è stata costruire Julia come persona. Gli atti non descrivono il suo carattere, il suo aspetto o le sue emozioni. Ho dovuto colmare questi vuoti con la mia “fantasia storica”, immaginando i suoi pensieri e le sue reazioni. È stato un lavoro di equilibrio: rispettare i fatti storici e, al contempo, dare vita a una figura umana che potesse toccare i lettori di oggi».

Il romanzo mostra il legame tra medicina popolare e accuse di stregoneria. Come ha reso questa ambivalenza?
«Nel Cinquecento, la medicina ufficiale era quasi assente nei villaggi. Le persone si affidavano a figure come Julia, custodi di un sapere antico basato su erbe, rituali, rugiada e persino ossa. Secondo le convinzioni del tempo, le ossa trovate nei cimiteri potevano servire per curare la malattia di cui la persona era morta. Queste pratiche erano indispensabili per la sopravvivenza della comunità, ma anche temute: chi ha potere sulla vita e sulla morte incute timore. La Chiesa, nel clima della Controriforma, vedeva tali pratiche come pericolose deviazioni. Così azioni innocue come raccogliere rugiada al mattino o usare ossa in riti curativi potevano essere facilmente interpretate come superstizione o stregoneria».

Quanto hanno inciso voci e pettegolezzi nella costruzione del caso contro Julia?
«In un piccolo paese, i conflitti personali possono assumere dimensioni sproporzionate. Julia, essendo una forestiera più competente di altre donne del luogo, si attirò invidie e gelosie. Le maldicenze, spesso nate da piccoli rancori, arrivavano all’orecchio del parroco. Un comportamento innocuo poteva essere percepito come inquietante e trasformarsi in una vera e propria accusa. È così che i pettegolezzi si sono ingigantiti, alimentando la paura fino a portare a un processo pubblico per stregoneria».

Che ruolo ha avuto il contesto storico della Sardegna sotto il dominio spagnolo?
«La Sardegna era sotto un forte controllo spagnolo, che significava anche il predominio della Chiesa cattolica. Durante la Controriforma, ogni deviazione dall’ortodossia era vista come un pericolo. Il sapere di Julia, tramandato da generazioni, sfuggiva a questo controllo. Lei era una figura ambivalente: rispettata dalla sua comunità ma vulnerabile perché le sue conoscenze la ponevano in contrasto con le autorità».

Julia emerge come una donna “diversa” rispetto al modello femminile dell’epoca. Come l’ha voluta caratterizzare?
«Ho voluto sottolineare questa diversità. Nel Cinquecento la donna ideale era obbediente e relegata alla casa; Julia invece aveva un ruolo pubblico e un’autorevolezza che la rendevano sospetta. Inoltre era una forestiera. Tutto questo contribuì a trasformarla in un capro espiatorio: non più percepita come donna, ma come corpo estraneo alla comunità».

Infine, nel suo romanzo e in Accabadora di Michela Murgia compaiono figure femminili di potere e sapere. Quali analogie e differenze?
«Le similitudini sono evidenti: entrambe sono figure di potere e di saperi antichi, operano fuori dalla medicina ufficiale e delle istituzioni, circondate da rispetto e timore. La differenza è nella funzione: l’Accabadora è un’aiutante della morte, accompagna chi soffre alla fine. Julia invece è una guaritrice per la vita: curava e assisteva le nascite, pur potendo talvolta svolgere anche ruoli vicini all’Accabadora. Ma proprio perché legata alla vita e alla salute, la sua autorità appariva ancora più minacciosa. Per questo fu accusata e processata come strega».

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