L’approvazione della legge sul suicidio medicalmente assistito in Emilia-Romagna segna una svolta significativa nel delicato equilibrio tra autonomie regionali, diritti civili e princìpi etici della persona. Diventando la terza regione in Italia a dotarsi di una normativa specifica in assenza di un quadro nazionale, l’amministrazione guidata dal governatore Michele de Pascale ha inteso colmare quello che definisce un vuoto procedurale, applicando i criteri della storica sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale. «La nostra ambizione è che l’Emilia-Romagna sia la Regione più forte e inclusiva nell’offerta delle cure palliative, affinché chi si trova in queste condizioni possa ricevere la migliore assistenza possibile. E, nei casi in cui, nel rispetto della legge e delle decisioni della Corte costituzionale, una persona scelga di richiedere il suicidio medicalmente assistito, vogliamo garantire un percorso improntato a umanità, trasparenza, professionalità e uguali diritti in tutto il territorio regionale», ha affermato il presidente della Regione. La norma ha tuttavia riacceso con forza un dibattito mai sopito, sollevando le strutturate riserve del mondo pro-life, delle opposizioni politiche di centrodestra e della Chiesa cattolica locale, che ravvisano nel testo non solo il rischio di una pericolosa forzatura legislativa, ma una parziale rinuncia ideale alla centralità assoluta della cura medica.
Un aspetto cardine della discussione sollevato dalle associazioni solleva forti dubbi sulla legittimità costituzionale dell’intervento regionale. Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, ha espresso una netta contrarietà richiamando la recente pronuncia della Consulta di fine 2025, con cui i giudici costituzionali hanno censurato elementi chiave di una simile legge toscana. Secondo questa interpretazione, le singole Regioni non possiedono la facoltà di ridefinire in autonomia i requisiti di accesso o di disciplinare modalità e tempistiche con cui le Asl valutano le richieste, trattandosi di materie che incidono direttamente sull’ordinamento civile dello Stato. Da qui nasce la richiesta di un immediato intervento del Governo per impugnare il testo, evidenziando il rischio che la frammentazione in venti discipline regionali diverse crei diseguaglianze territoriali insanabili su un tema di estrema delicatezza, timore in parte condiviso dallo stesso De Pascale, che ha ribadito come il traguardo definitivo debba rimanere una legge quadro del Parlamento. Per il referente regionale di Pro Vita & Famiglia, Francesco Perboni, «il fatto che la maggioranza guidata dal governatore del Pd Michele de Pascale e appoggiata da tutti i partiti progressisti abbia tirato dritto svela l’intento ideologico di una norma che non potrà mai portare a nulla di buono, se non al rischio di condannare a morte migliaia di pazienti, fragili, anziani, persone sole».
Al fianco della battaglia legale si colloca la reazione espressa dalla Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, guidata da monsignor Giacomo Morandi, arcivescovo-vescovo di Reggio Emilia. I presuli emiliani hanno ribadito la contrarietà a qualsiasi forma di suicidio assistito, ricordando come il valore della vita umana si imponga intrinsecamente in ogni sua fase, specialmente nei momenti di estrema fragilità legati alla malattia e alla vecchiaia. La preoccupazione pastorale e sociale, condivisa dalle minoranze in Regione, è che la codificazione burocratica del fine vita possa, nel lungo periodo, normalizzare una pericolosa cultura dell’inutilità della persona sofferente, spingendo anziani, malati cronici o persone sole a percepire se stessi come un peso per la società e per le proprie famiglie.
Per la Chiesa e per i movimenti pro-life, procurare la morte contrasta radicalmente con le finalità dello Stato e con la missione stessa della professione medica, la cui natura deve rimanere saldamente ancorata al sollievo del dolore e alla difesa della salute. La vera risposta al dramma della sofferenza non risiede nella medicalizzazione del decesso, bensì nel potenziamento e nella capillarizzazione delle cure palliative, indicate come l’unica strada percorribile per garantire un’autentica dignità alla fase finale dell’esistenza. Sebbene la nuova norma emiliana includa paletti protettivi, come l’istituzione di una Commissione di valutazione multidisciplinare e la garanzia dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario, l’impianto generale continua a dividere le coscienze. La sfida etica si sposta ora sul piano della tenuta legislativa nazionale, dove il Parlamento resta chiamato – secondo l’auspicio delle organizzazioni pro life – a riaffermare il principio per cui non esiste un presunto diritto di morire, ma il fondamentale e inalienabile diritto di essere curati, accompagnati e mai abbandonati nel momento del dolore.



