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CONTRO-STORIA DI UN REGICIDIO: IL NUOVO SAGGIO DI EMILIANO PROCUCCI DIMOSTRA CHE LUIGI XVI È UN MARTIRE DI CRISTO

Nella storiografia occidentale, la ghigliottina che il 21 gennaio 1793 pose fine alla vita di Luigi XVI di Borbone ha da sempre marcato il confine invaricabile tra due ere: il traumatico certificato di morte dell’autocrazia legittimista e il battesimo di sangue della modernità democratica. Per oltre due secoli, i manuali scolastici e la vulgata accademica hanno cristallizzato l’ultimo sovrano dell’Ancien Régime nell’immagine di un monarca debole, goffo, arroccato sui privilegi di una nobiltà parassitaria e sordo al grido del popolo che chiedeva pane.

Tuttavia, una recente pubblicazione sta sollevando un dibattito intellettuale che mira a scardinare questa narrazione consolidata, proponendo una lettura radicalmente opposta: quella di un re illuminato, di un sovrano costituzionale tradito e, infine, di un vero e proprio martire cristiano. Una tesi che getta una luce nuova sulla dignità intrinseca e sulla funzione stabilizzatrice dell’istituto monarchico nei momenti di più acuto sbandamento nazionale.

Il saggio, intitolato «Luigi XVI. L’uomo, il re, il martire» (BastogiLibri, collana De Monàrchia), è firmato da Emiliano Procucci, docente, scrittore e intellettuale inserito in un singolare quanto affascinante crocevia della cultura dinastica italiana. Procucci è infatti componente della Consulta dei senatori del Regno — l’associazione sorta nel 1955 con l’avallo dell’ultimo re d’Italia, Umberto II, e composta da ex senatori e personalità cooptate di grande prestigio, custodi di quella tradizione liberale e sabauda che ispirò lo Statuto Albertino. Attualmente l’ente riflette le divisioni dinastiche italiane, scisso tra una «sezione aostana», che riconosce come legittimo pretendente il principe Aimone di Savoia, duca d’Aosta (a cui Procucci aderisce), e l’altra che guarda a Emanuele Filiberto, principe di Venezia.

L’impegno intellettuale del professor Procucci spazia tuttavia oltre la saggistica d’accademia, toccando corde profonde della cultura e della tradizione italiana. Da una sua felice intuizione, condivisa inizialmente con il giornalista Simone Ortolani, è nato infatti un importante progetto cinematografico e televisivo: un film dedicato alla figura di Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone, scrittore dichiaratamente monarchico e tradotto in tutto il mondo. Segnalata all’autore televisivo Roberto Vecchi e prodotta grazie alla determinazione di Gloria Giorgianni, CEO di Anele, la pellicola ha recentemente visto la luce ed è stata presentata ufficialmente a Roma all’interno del Senato della Repubblica, alla presenza del presidente Ignazio La Russa. Il film, che vede l’attore Giuseppe Zeno nei panni del grande scrittore della Bassa — noto anche per la sua fiera difesa della tradizione e dei valori genuini contro le derive ideologiche —, andrà in onda sulle reti Rai.

L’opera letteraria di Procucci su Luigi XVI non si configura come l’ennesima biografia cronologica, bensì come un breve e denso profilo spirituale. Attraverso un’analisi organica, l’autore vuole colmare un vuoto interpretativo, offrendo al lettore una tesi audace ma solidamente argomentata: Luigi XVI non morì per i suoi demeriti politici, ma per la sua intransigente difesa della propria fede e di un’idea di sovranità intesa come supremo servizio e arbitrato superiore alle parti.

UN SOVRANO ILLUMINATO DIETRO IL MITO DEL DEBOLE

«Luigi XVI è stato colpito dalla storiografia che l’ha descritto grasso, maldestro, con problemi fisici», spiega il professor Procucci. «Una lettura profondamente ingenerosa se si considera che non fu un uomo indeciso».

I dati d’archivio presentati nel volume tratteggiano il profilo di un monarca pienamente inserito nello spirito del riformismo illuminato europeo, capace di incarnare la Corona come motore del progresso civile e non come freno. Sotto il suo regno vennero istituiti il corpo moderno dei pompieri, l’abolizione della tortura nei procedimenti giudiziari e quella della servitù della gleba. Fu un grande mecenate della scienza: assicurò ampi finanziamenti all’aerostatica e appoggiò le celebri esplorazioni oceaniche di Jean-François de La Pérouse.

Pochi ricordano, inoltre, le profonde competenze tecniche e ingegneristiche del sovrano, appassionato di geografia e idrografia: fu proprio Luigi XVI a esaminare e disegnare personalmente i piani per la fortificazione e la creazione del grandioso porto militare di Cherbourg, un’opera strategica monumentale pensata per competere con le potenze marittime dell’epoca e proteggere le costes della Manica.

Sul piano dei diritti civili, l’Editto di tolleranza del 1787, firmato dal sovrano a Versailles, formalizzò la libertà di culto per i cristiani non cattolici, sanando la secolare frattura con gli ugonotti. Anche la celebre e controversa partenza da Parigi nel 1791 viene riletta da Procucci non come un atto di codardia, ma come un disperato tentativo politico di preservare l’indipendenza della Corona, documentato dalla dichiarazione integrale al popolo francese, riportata nel testo. «Il re non era più in grado di esercitare le sei funzioni di sovrano, già sovrano costituzionale, e non era nemmeno stato libero di recarsi a Saint-Cloud per la Pasqua del 1791. La sua partenza non fu considerata nemmeno all’epoca una fuga, tanto che non venne deposto immediatamente. Egli voleva trasferirsi a Montmédy per negoziare da uomo libero».

Il dramma del sovrano, secondo questa ricostruzione, risiedette paradossalmente nella sua eccessiva mitezza e nel profondo rispetto per la via diplomatica. Nel tentativo costante di cercare un compromesso costituzionale con le fazioni rivoluzionarie, Luigi XVI finì per indebolire la propria posizione, muovendosi quasi alla ricerca di una conciliazione continua. Durante il processo fu accusato di aver sparso il sangue dei francesi, un’accusa infondata che lo ferì profondamente nell’orgoglio di un re che aveva fatto della pace sociale la sua stella polare.

FRA I PADRI FONDATORI DEGLI STATI UNITI: SE NON FOSSE PER LUI…

Un aspetto cruciale dell’operato di Luigi XVI, spesso posto in secondo piano dalla retorica repubblicana ma ampiamente valorizzato dall’analisi storica, fu il suo decisivo impegno transatlantico. Fu proprio il re di Francia a finanziare e inviare il corpo di spedizione militare guidato da La Lafayette nel 1778, risultando l’alleato geopolitico fondamentale per la nascita degli Stati Uniti d’America nella guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna.

Questo legame storico indissolubile ha lasciato tracce profonde nella geografia e nella memoria americana. La città di Louisville, nel Kentucky, deve il suo stesso nome a Luigi XVI, fondata nel 1780 proprio in onore del sovrano protettore.

Nel cuore della metropoli americana sorge tuttora un imponente monumento in marmo donato dalla città gemella francese di Montpellier: la statua ritrae Luigi XVI vestito con i sontuosi mantelli e i simboli tradizionali della regalità borbonica, un paradosso visivo nella patria della democrazia repubblicana. Questa enorme eredità storica è riemersa persino nelle cronache diplomatiche recenti, quando re Carlo III, durante il solenne banchetto di Stato a Washington rivolgendosi al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha scosso la platea con la battuta intrisa di raffinata ironia: «Se non fosse stato per noi inglesi, oggi parlereste francese».

LO SCRUPOLO DELLA FIRMA E IL SANGUE REALE

Il punto di massima tensione drammatica e spirituale del regno si consumò attorno alla Costituzione civile del clero del 1790. Il provvedimento riduceva le diocesi e stabiliva che sacerdoti e vescovi non fossero più sottoposti all’autorità gerarchica del Papa, ma diventassero a tutti gli effetti funzionari dello Stato retribuiti e scelti per via elettiva.

Luigi XVI era intimamente contrario a questa riforma, che scardinava l’assetto millenario della Chiesa. Tuttavia, stretto nella morsa delle pressioni dell’Assemblea e nel disperato tentativo di evitare una guerra civile, il re finì per cedere, avallando e firmando il testo ufficiale nonostante i suoi profondi scrupoli religiosi. Fu una scelta drammatica che finì per nuocergli: quando Papa Pio VI, pochi mesi dopo, condannò irrevocabilmente il provvedimento e sospese i sacerdoti giuranti, il re si trovò in un conflitto insanabile. Per sé e per la sua famiglia scelse confessori rigorosamente “refrattari” (quelli fedeli a Roma), trasformando la sua semilibertà alle Tuileries in un assedio e ponendo le basi per la definitiva rottura con i rivoluzionari.

Il volume di Procucci, ricco di 280 pagine, poggia su una solida impalcatura documentale, offrendo al pubblico rari documenti d’epoca tradotti dal francese: il memoriale del valletto Cléry, inizialmente infiltrato come spia dei rivoluzionari e poi convertitosi alla più totale lealtà verso il re; le memorie di Madame Royale (Maria Teresa di Francia), l’unica figlia sopravvissuta alla strage della famiglia reale, anch’ella incarcerata nel Tempio; e i ricordi dell’abate che assistette il sovrano prima della decapitazione, oltre allo struggente testamento spirituale. Luigi XVI fu refrattario all’odio, morì perdonando i suoi carnefici e raccomandando al figlio, il delfino Luigi Carlo, di fare altrettanto. Fu proprio questa attitudine dinanzi al martirio che spinse Papa Pio VI nell’allocuzione Quare lacrymae a definirlo un «martire». Sebbene un processo formale di canonizzazione non sia mai decollato, l’autore chiosa fiducioso: «Forse un domani».

La devozione e il legame dinastico attorno al re martire mantengono radici profonde anche in Italia, in particolare nell’ex ducato di Parma, dove il ricordo della regalità borbonica è ancora sinonimo di buongoverno e raffinatezza culturale.

Presso la celebre Chiesa della Steccata a Parma, all’interno del Museo del Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio, è custodita una delle reliquie più preziose e drammatiche della storia europea: la camicia indossata da Luigi XVI il giorno della sua esecuzione, ancora visibilmente macchiata del sangue versato sul patibolo. Il cimelio è di proprietà dei Borbone-Parma, dinastia legata al re da un filo genealogico diretto: la famiglia discende infatti da Carlo X (fratello minore del re ucciso) attraverso la figlia Luisa Maria.

Il saggio non risparmia una revisione della figura di Maria Antonietta, storicamente inchiodata alla celebre (e apocrifa) frase sulle brioches da destinare al popolo affamato. I documenti d’archivio restituiscono l’immagine di una coppia che trovò una profonda armonia e una straordinaria complicità umana proprio nelle privazioni della prigionia al Tempio, unita nel difendersi con dignità dai soprusi dei carcerieri prima che la regina venisse travolta da un enorme dolore per l’assassinio del consorte.

DUE PREFAZIONI D’ECCEZIONE

L’opera è impreziosita da due prefazioni d’eccezione che ne amplificano il valore storico e ideale. La prima reca la firma di Luigi, duca d’Angiò, figlio del principe Alfonso di Borbone-Dampierre, duca di Cadice, discendente diretto per linea materna del Caudillo Francisco Franco e oggi capo della branca legittimista che rivendica il trono di Francia che lo riconosce come Luigi XX (in contrapposizione alla linea monarchico-costituzionale guidata dal principe Giovanni di Borbone-Orléans, conte di Parigi).

La seconda prefazione è invece a cura dello storico Aldo Alessandro Mola, presidente della Consulta dei senatori del Regno favorevole ai Savoia-Aosta, il quale traccia un audace parallelismo tra il regicidio di Luigi XVI e il massacro dello zar Nicola II e della sua famiglia per mano bolscevica, individuando nell’abbattimento della Corona il preludio ai grandi sconvolgimenti totalitari del Novecento.

In un’epoca contemporanea segnata da profonde crisi di identità geopolitica e dal disorientamento delle istituzioni repubblicane, il lavoro e le idee di Emiliano Procucci dimostrano che l’istituto monarchico, nel suo senso più alto, ha saputo offrire esempi di straordinaria compostezza morale. Dietro il rullio dei tamburi che coprì le ultime parole di Luigi XVI sul patibolo, vi era un uomo che scelse di morire non come un despota sconfitto, ma come il custode di una sovranità sacra e di una libertà spirituale non negoziabile.

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