Proprio gli rodeva, a quei tre, che in giro si dicesse che i marinai e le navi italiane non erano buoni a niente. Nei porti del Sudamerica, poi, dove quelli vivevano, la disastrosa battaglia navale di Lissa, combattuta nel 1866, aveva visto la flotta
italiana prenderle sonoramente da quella austriaca, e nelle osterie delle città di mare si derideva la marineria italiana. Quei tre erano italiani che vivevano a Montevideo, in Uruguay; erano ardenti patrioti, stravedevano per il generale Garibaldi. Siamo nel
1879. Le loro menti generarono una pazza idea: costruire un’imbarcazione e portare in Italia un librone firmato dagli italiani di Uruguay, Argentina e Brasile per sostenere e incoraggiare Garibaldi. Il vecchio Condottiero vegetava a Caprera, mancavano due anni alla sua morte, e poteva ancora fare grandi cose…
I tre, Vincenzo Fondacaro, calabrese, Orlando Grassoni, anconetano, e Piero Troccoli, salernitano, avevano la testa piena di idee ma le tasche vuote. Così il Maestro d’Ascia Luigi Briasco, di Montevideo, costruì la goletta, alla quale fu imposto il nome di Leone di Caprera, in onore del Generale. Era lunga 9 metri (nove!), e larga due metri e trenta.
Con questo coso, i tre presero il mare, anzi l’Oceano, il 3 ottobre 1880, approdando alle Canarie il 9 gennaio 1881. Dalle isole il Leone si trascinò verso il Mediterraneo, incontrò una nave da guerra inglese che li rifocillò e li rincuorò, e attraccò a Gibilterra
il 23 gennaio. Nessuno poteva credere che quella barchetta avesse davvero attraversato l’Atlantico, ma l’occhio esperto degli ufficiali del porto, vedendo le condizioni del legno e dei tre navigatori, non ebbe dubbi. Arrivarono alle amate sponde, nel porto di Livorno, la città più mazziniana e repubblicana d’Italia, il 9 giugno 1881.
Il Re d’Italia, Umberto I, con la Regina Margherita, li ricevette nella Reggia di Monza e, colpito dall’ardimento dei tre, li insignì di una medaglia d’oro.
Il voluminoso registro recante le firme degli italiani del Sudamerica fu portato a Giuseppe Garibaldi, a Caprera.
Il calabrese Fondacaro, l’anima della spedizione, scomparve nell’Oceano Atlantico nel 1893, all’età di 49 anni. Il dio del mare gliela aveva fatta franca molte volte, ma quella no. Grassoni morì a Genova nel 1901; il più giovane, Troccoli, arrivò a 87 anni,
morendo a Montevideo nel 1939.
Il Leone di Caprera fu sistemato nel laghetto della Villa Reale di Milano, poi trasferito al Museo del Risorgimento del capoluogo lombardo, transitando anche, per un periodo, nel Municipio di Camerota, dove era nato Troccoli.
Esiste ancora la goletta, ed è stata restaurata.
Il diario di bordo, tenuto durante la navigazione, fu ristampato nel 2002 dall’editore Giuseppe Galzerano.
L’epica navigazione del Leone di Caprera ci ricorda un periodo di impressionante vitalità dell’Italia e degli italiani.
Nelle peggiori taverne dei porti dell’Atlantico nessuno più sentenziò che non sapevamo tenere il mare.



