Le avevano dato un nome in codice: Patatrac. E avevano scelto bene. La congiura prevedeva che una parte dei soldati della Brigata Modena, di stanza a Pavia, insorgesse, si impadronisse della caserma, poi della città; e magari la rivoluzione si sarebbe estesa a tutta l’Italia. Insomma, un vero patatrac per l’Ordine Costituito.
Dovevano insorgere contro il Regno d’Italia per tanti motivi: perché erano repubblicani, perché non ci si decideva a liberare Roma, perché il popolo viveva in ristrettezze, forse semplicemente perché erano giovani.
La sommossa scoppiò il 24 marzo 1870: quella mattina, davanti alla Caserma del Lino, a Pavia, qualche decina di rivoltosi si radunò urlando «Abbasso la monarchia, viva la repubblica, viva Roma!». Alcuni militari di guardia alla caserma, invece di intervenire contro i sediziosi, si unirono a loro: spararono in aria alcuni colpi di fucile e arrivarono persino a sequestrare diversi sottufficiali, rallentando così la repressione del moto.
La vampata, però, si spense in fretta: era un fuoco di paglia. D’altronde, nessuno si era fatto male e i ribelli si erano in gran parte dati alla fuga. Un vero patatrac, ma per i congiurati…
Le autorità erano inferocite: la cospirazione ordita da Giuseppe Mazzini e dai suoi seguaci — perché di questo si trattava — era penetrata fin dentro una caserma del Regio Esercito, il Santuario laico della nuova Italia. Quei repubblicani si erano dimostrati utili durante le campagne del Risorgimento, ma ora era tempo di cambiare registro e di servire lealmente nei ranghi del Re.
Sta di fatto che, in maggio, il tribunale militare di Milano inflisse vent’anni di carcere al sergente Nicola Pernice, di Cremona, e condannò a morte il caporale Pietro Barsanti, ventunenne, nato in provincia di Lucca.
La condanna apparve sproporzionata ed eccessiva anche a molti sostenitori della monarchia: si era sparato in aria e urlato, ma non c’erano stati né morti né feriti. La marchesa Anna Pallavicino Trivulzio raccolse migliaia di firme di donne di ogni condizione sociale, da presentare a Vittorio Emanuele II per ottenere la grazia per il giovane caporale. Il governo, presieduto da Giovanni Lanza, decise di sconsigliare al monarca di ricevere la nobildonna e di concedere, invece, un provvedimento di clemenza.
Così Pernice andò in carcere — dove si suiciderà qualche anno dopo — e Pietro Barsanti finì davanti al plotone d’esecuzione. Era il 27 agosto 1870.
In quella fine estate stavano maturando grandi eventi: una settimana dopo la fucilazione del caporale lucchese, l’imperatore Napoleone III fu sconfitto a Sedan dai prussiani, fuggì in Inghilterra e in Francia si costituì la repubblica. Veniva meno, di colpo, la protezione accordata dal nipote del Grande Corso al residuo Stato Pontificio. Il giovane Regno d’Italia fu rapido a cogliere l’occasione e, il 20 settembre, come è noto, i bersaglieri entrarono nella Città Eterna, attraverso la breccia di Porta Pia, sancendo la fine del potere temporale dei Papi.
Il caporale Barsanti non fu dimenticato: la sua memoria fiammeggiò a lungo. Gli furono intitolati molti circoli repubblicani, anche in Romagna, e Felice Cavallotti gli dedicò un’ode. Anche anarchici e socialisti gli resero omaggio.
Il 31 dicembre 1870 Vittorio Emanuele II si insediò sul Colle più alto di Roma e, raccontarono alcuni dignitari, commentò in dialetto piemontese:
«Finalment ji suma… finalmente ci siamo.»



