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«Dalla Russia all’Iran, Trump rivoluziona la diplomazia mondiale»

Il pragmatismo del nuovo presidente sfida l’establishment euro-atlantico: «Non più gendarme del mondo, ma mediatore diretto tra le potenze. Anche in Italia una russofobia martellante»

Intervista a Francesco Di Bartolomei, presidente dell’Associazione Trump Italia

Di Bartolomei, molti osservatori hanno sostenuto che Donald Trump abbia fatto proprie le tesi del presidente russo Putin, esponendole come se fossero sue. È una valutazione fondata o un’interpretazione ingenerosa dei media occidentali?

«Io credo che si tratti di una lettura distorta, figlia soprattutto della propaganda occidentale. Negli ultimi tre anni si è diffuso un clima di russofobia martellante, in cui qualsiasi evento proveniente dalla Russia viene presentato come minaccia, come riproposizione della vecchia “Cortina di ferro”. È un atteggiamento che ha raggiunto livelli parossistici: ricordo il caso, in Italia, del seminario su Dostoevskij che fu cancellato all’università Bicocca di Milano. Un atto simbolico, ma gravissimo, perché segna la criminalizzazione non di un regime politico, ma di una cultura millenaria, come se un grande scrittore russo fosse “colpevole” per appartenenza nazionale. Ora, se una persona si propone come mediatore di un conflitto, il primo passo è incontrare le parti e ascoltarne le posizioni. Questo significa riportare anche le ragioni dell’interlocutore, non perché vengano fatte proprie, ma perché costituiscono il punto di partenza di qualsiasi dialogo. Interpretare questa prassi elementare come “resa a Putin” o “sottomissione al Cremlino” significa ribaltare la realtà e impedire sul nascere qualunque processo di pace».

Francesco Di Bartolomei

Qual è l’origine profonda dell’avversione dei media occidentali verso Trump e verso ogni suo tentativo di composizione dei conflitti internazionali?

«La radice è nel fatto che Trump, come pochi presidenti americani nella storia recente, ha scardinato gli assetti consolidati. Dopo Reagan, è il primo leader a rompere schemi che l’establishment considerava intoccabili: dalla politica estera multilaterale, gestita attraverso NATO e ONU, fino ai rapporti economici con l’Europa e la Cina. Trump ha introdotto un principio nuovo: la responsabilizzazione degli Stati Uniti. Non più “gendarme del mondo” a prescindere, ma superpotenza che interviene solo se gli interessi nazionali sono realmente coinvolti.

Questa visione ha spaventato le élite euro-atlantiche. Finché i negoziati di pace sono stati guidati da leader graditi, anche quando producevano accordi contraddittori come quelli di Dayton, nessuno ha obiettato. Ma nel momento in cui Trump ha messo in discussione la struttura stessa dell’ordine mondiale costruito dopo il 1945, è stato percepito come un nemico.

Da qui l’ostilità sistematica dei media, che hanno costruito attorno a lui una narrazione demonizzante, simile a quella usata in Italia contro Berlusconi. Anche lì, si è trasformata una figura politica in un “mostro”, fino a far dimenticare ogni valutazione obiettiva. Con Trump accade lo stesso: il suo solo porsi come mediatore viene letto come una minaccia, perché non corrisponde ai canoni del sistema dominante».

Alcuni analisti sostengono che Trump voglia ricucire un rapporto privilegiato con la Russia per staccarla dalla Cina. È una chiave di lettura plausibile?

« Non solo è plausibile, ma corrisponde a una necessità strategica già individuata in passato. Berlusconi, con il vertice di Pratica di Mare del 2002, aveva intuito la centralità di un asse con la Russia: se l’Europa avesse dialogato con Mosca in modo paritario, rispettando la sua sicurezza e riconoscendo una naturale sfera di influenza, si sarebbe impedita la deriva attuale.

Invece, si è scelta un’altra strada: l’allargamento NATO a Est, l’installazione di basi militari nei Paesi baltici, la costante pressione culturale e politica per presentare la Russia come “nemico”. Oltre all’Europa, la stessa Italia ha rinunciato così a una politica autonoma, dimenticando che per decenni i rapporti con Mosca sono stati positivi: dall’intesa di Racconigi con Giolitti, al riconoscimento precoce dell’URSS negli anni ’20, fino alla cooperazione economica e culturale del dopoguerra.

Trump ha capito che lasciare la Russia sola significava spingerla inevitabilmente verso la Cina. È quanto accaduto: oggi l’asse Mosca-Pechino rappresenta una sfida enorme per l’Occidente. Ristabilire un rapporto con la Russia, per allentarne la dipendenza dalla Cina, non è quindi una simpatia personale per Putin, ma una scelta di realpolitik».

In Occidente si insiste nel descrivere la Russia come uno Stato animato da mire espansionistiche, e Putin viene spesso paragonato a Hitler. Lei come risponde a questo tipo di narrazione?

«Sono paragoni tanto gravi quanto infondati. Occorre anche considerare che l’URSS ha perso venti milioni di soldati nella lotta al nazismo durante la seconda guerra mondiale. La Russia non ha interesse né risorse per un’espansione militare su vasta scala. Ha invece un interesse vitale: evitare di essere accerchiata. Quando vede missili NATO puntati dalle repubbliche baltiche, basi militari installate ai suoi confini, e un’Ucraina progressivamente inglobata nell’orbita occidentale, interpreta questi fatti come minacce esistenziali.

Definire questa reazione “espansionismo” è una forzatura. È una dinamica classica di difesa della propria sfera d’influenza. Per altro, si tace sul conflitto del Donbass: per dieci anni, dal 2014, quella regione è stata teatro di una guerra dimenticata, con quasi 15.000 vittime (secondo  l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ), bombardamenti quotidiani, episodi come il rogo di Odessa. Nessuno in Occidente ha dato peso a queste tragedie, salvo poi indignarsi nel 2022 quando la Russia è intervenuta.

Accostare Putin a Hitler è dunque una semplificazione propagandistica. Hitler aveva un progetto totalitario e universalista, di conquista dell’Europa e del mondo. La Russia di Putin ha un obiettivo molto diverso: preservare la propria sicurezza e riaffermare un’influenza regionale, non conquistare l’Occidente. Confondere i due piani serve solo a chi vuole mobilitare opinioni pubbliche terrorizzate, non a chi cerca soluzioni politiche».

Veniamo al Medio Oriente. Qual è stata la visione di Trump rispetto alla crisi tra Israele e Iran?

«La crisi israelo-iraniana è stata uno dei momenti più pericolosi degli ultimi anni. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Israele aveva tutte le ragioni per reagire, ma il rischio era che la risposta si trasformasse in guerra aperta con Teheran. Trump ha adottato una linea che univa fermezza e prudenza.

L’operazione chiamata “Rising Lion” (Leone Nascente) è stata un esempio di questo approccio: un intervento militare chirurgico, limitato ma efficace, che ha impedito l’escalation. Ha mostrato da un lato la capacità difensiva di Israele, dall’altro le debolezze strutturali del regime iraniano. Ma soprattutto, Trump ha evitato la trappola di compattare il popolo iraniano attorno ai suoi ayatollah: avrebbe significato rafforzare un regime già fragile.

Invece, ha puntato sul dissenso interno, che è ampio e organizzato. Oggi gran parte dell’opposizione guarda al Principe Reza Ciro Pahlavi come figura di riferimento: una personalità che raccoglie sostegno non solo negli USA, ma anche in Israele e in Arabia Saudita. L’idea di una monarchia costituzionale, come soluzione di compromesso per traghettare l’Iran verso la democrazia, ha guadagnato terreno. Naturalmente, il futuro spetta al popolo iraniano, ma è chiaro che un sostegno internazionale calibrato può accelerare il processo».

In sintesi, quale differenza principale vede tra l’approccio di Trump e quello delle istituzioni europee?

«La differenza sta nella concezione stessa della diplomazia. Trump privilegia il rapporto bilaterale, diretto, dove due leader si parlano e si assumono responsabilità. Le istituzioni internazionali, invece, si rifugiano nella collegialità: dichiarazioni solenni, vertici interminabili, ma spesso senza risultati concreti.

Questo approccio pragmatico ha permesso a Trump di ottenere progressi in contesti complessi, mentre l’Europa appare sempre più paralizzata. Sul fronte ucraino sostiene una guerra che la dissangua economicamente, senza interrogarsi su una strategia di lungo periodo. Sul fronte energetico ha rinunciato al gas russo senza alternative credibili, aggravando la propria fragilità.

Se gli Stati Uniti, sotto una nuova leadership, prenderanno decisioni radicali per chiudere alcuni conflitti, l’Europa rischia di trovarsi spettatrice passiva. E il giorno dopo, senza aver avuto voce nelle trattative, pagherà il prezzo politico ed economico più alto».

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