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sabato 13 Giugno 2026
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I nuovi vescovi a Écône e l’attesa di un incontro con il Papa: se il dialogo vale per i grandi della terra sia anche l’argine alla rottura «interna»

Di Simone Ortolani

L’annuncio della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che il prossimo 1° luglio consacrerà quattro nuovi vescovi a Écône, rappresenta indubbiamente un passaggio delicato per la comunione ecclesiale. Più che come un gesto di aperta sfida, tuttavia, questa scadenza può essere letta come l’invito a un discernimento profondo. La Santa Sede, nella sua storia millenaria e nel suo governo universale, ha dato ampiamente prova di una straordinaria capacità di mediazione e flessibilità canonica, sapendo distinguere tra la rigidità delle norme e le necessità pastorali, dimostrando che la legge ecclesiastica è sempre al servizio della cura delle anime e mai fine a se stessa.

È doveroso riconoscere che la prudenza di Roma risponde a dinamiche complesse e alla tutela dell’unità gerarchica della Chiesa. Tuttavia, sul piano puramente logico e giornalistico, la diplomazia pontificia ha già ampiamente legittimato la via del pragmatismo istituzionale in scenari ben più distanti dal dogma cattolico. Lo si è visto con l’ accordo segreto con Pechino per la nomina dei vescovi, anteponendo — nelle intenzioni del Vaticano — la cura dei fedeli alle profonde divergenze con lo Stato cinese. Lo testimoniano i privilegi concordatari in Europa, dal Concordato francese alle antiche prerogative dei capitoli cattedralizi in Germania e Svizzera, con cui la Chiesa convive serenamente nella designazione dei pastori, accettando l’ingerenza storica di autorità civili o consuetudini locali. E lo confermano i calorosi incontri ecumenici di Papa Leone XIV con i leader di altre confessioni cristiane, tra cui quello recente con l’arcivescovo di Canterbury, la signora Sarah Elizabeth Mullally, a dimostrazione che l’accoglienza e l’ascolto non significano un’adesione dottrinale, ma sono passi fondamentali di fraternità, almeno secondo la visione della Santa Sede in seguito al Concilio Vaticano II. Se la «creatività canonica» ha permesso di trovare formule per realtà così distanti, ci si interroga, con rispetto, se non sia possibile applicare una simile attenzione anche a una comunità che si dichiara legata alla Chiesa romana, che celebra con il rito tradizionale e che esclude esplicitamente la volontà di rivendicare una giurisdizione autonoma.

In questo scenario, le indiscrezioni circa una mancata udienza papale a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità San Pio X, da questi richiesta in due occasioni, sollevano una riflessione che è anzitutto psicologica e pastorale. Comprendiamo appieno quanto l’agenda del Successore di Pietro sia densa e quanto ogni suo gesto pubblico richieda una prudenza millimetrica per evitare strumentalizzazioni. Tuttavia, proprio nel magistero del Pontefice statunitense che ha fatto della mediazione internazionale il proprio vessillo, l’incontro directo rimane la via maestra. Il Papa non esita a sollecitare i grandi della terra, spesso impegnati in conflitti apparentemente insanabili, a superare le diffidenze e a rilanciare la diplomazia. Nella recentissima enciclica di Leone XIV, infatti, il richiamo al confronto non ammette deroghe di convenienza: «Il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia» [1] e  «la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico» [2].

Si può osservare che l’accoglienza di un interlocutore ecclesiale interno, per quanto fermo sulle sue posizioni, rappresenterebbe il sigillo più alto di quella cultura dell’incontro promossa dal Romano Pontefice. In quest’ottica, aprire la porta al dialogo diretto non significa cedere, ma esercitare la carità pastorale indispensabile per prevenire lo strappo. Sul piano psicologico, d’altronde, è evidente che quanto chiesto o suggerito da chi si riconosce come pastore supremo della Chiesa in un confronto franco e diretto abbia un peso specifico immenso sulla coscienza di chi si professa cattolico, impegnando l’interlocutore sul piano dell’obbedienza in un modo in cui i pur autorevoli interventi di cardinali e dicasteri non potranno mai fare. Il diniego del dialogo, di contro, rischia di produrre un effetto psicologico opposto, irrigidendo le posizioni e accelerando quel processo di isolamento che si vorrebbe evitare.

Il tempo che separa l’annuncio dalle consacrazioni non è un conto alla rovescia inevitabile, ma uno spazio di manovra prezioso. I quattro sacerdoti chiamati all’episcopato sono don Pascal Schreiber, rettore del seminario di Zaitzkofen, don Michael Goldade, rettore del seminario in Virginia, don Michel Poinsinet de Sivry, superiore del distretto del Benelux, e don Marc Hanappier, professore di teologia a Dillwyn. Una Santa Sede che scegliesse la via di un dialogo diretto dimostrerebbe, ancora una volta, la superiorità della pazienza istituzionale sulla condanna formale. La storia della Chiesa insegna che le crisi più profonde si superano con il tempo e la comprensione reciproca. L’auspicio, sincero e filiale, è che la lungimiranza di Roma e l’ascolto paterno di Papa Prevost sappiano disinnescare la frattura, che potrebbe essere non irrimediabile in ogni caso, confermando che sotto il manto della Chiesa c’è sempre spazio per il dialogo e che la vicinanza del Pastore rimane lo strumento più potente per mantenere uniti i figli proprio attorno all’altare della Confessione della Basilica di San Pietro.

Note

[1] Cfr. Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, Cap. V (La cultura della potenza e la civiltà dell’amore), n. 224.

[2] Ibidem, n. 227.

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