Di Alessandro Vitali
Ha fatto scalpore in Italia e non solo la notizia dell’annullamento del concerto diretto dal Maestro Gergiev alla Reggia di Caserta.
Al centro della vicenda c’è Valerij Abisalovič Gergiev, classe 1953, una delle bacchette più prestigiose del panorama internazionale. Un artista che ha dedicato la sua vita alla musica classica, portando sui palcoscenici di tutto il mondo capolavori che appartengono al patrimonio dell’umanità intera. Beethoven, Mozart, Čajkovskij: compositori che hanno scritto musiche senza confini, destinate a parlare direttamente al cuore degli ascoltatori di ogni nazionalità.
La musica classica rappresenta uno dei più alti esempi di linguaggio universale che l’uomo abbia mai creato. Quando un’orchestra esegue la Nona Sinfonia di Beethoven, quella melodia diventa di tutti: russi, ucraini, italiani, tedeschi. È un patrimonio che trascende le appartenenze politiche e le tensioni del momento storico. È cultura che unisce, non che divide.
Il percorso professionale di Gergiev negli ultimi anni è stato segnato dalle conseguenze del conflitto russo-ucraino. Nel marzo 2022 è stato rimosso dall’incarico di direttore del Münchner Philharmoniker, nell’ottobre 2022 è stato escluso dall’Accademia reale svedese di musica. Il mondo della cultura internazionale ha così scelto di applicare una logica di esclusione che raramente nella storia aveva toccato l’arte nella sua dimensione più pura.
Il caso di Caserta si inserisce purtroppo in questo scenario. Il Ministro della Cultura Giuli ha sostenuto la decisione della Reggia, parlando di “logica di buon senso e di tensione morale volta alla protezione dei valori del mondo libero”. Parole che, pur nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni, lasciano emergere quanto sia difficile oggi preservare spazi di neutralità culturale.
L’arte, nella sua essenza più autentica, non conosce passaporti né schieramenti. Un concerto non è mai stata un’azione politica: è un momento di elevazione spirituale, un’occasione per ritrovare ciò che ci accomuna piuttosto che ciò che ci divide. Quando la grande musica risuona in una sala, ogni appartenenza nazionale scompare di fronte alla bellezza universale del suono.
La Reggia di Caserta, simbolo del patrimonio artistico italiano, avrebbe potuto essere teatro di questo miracolo quotidiano che solo l’arte sa compiere. Un maestro russo, musicisti di diverse nazionalità, un pubblico internazionale uniti dalla stessa emozione di fronte alle note di un compositore del passato. Non è forse questo il senso più profondo della cultura?
L’annullamento del concerto rappresenta una sconfitta per tutti. Per gli appassionati di musica classica, per la Reggia stessa, per l’idea che l’arte possa ancora essere un terreno neutro dove l’eccellenza artistica prevale su ogni altra considerazione.
In un’epoca in cui i conflitti tragicamente si moltiplicano, rinunciare al potere pacificatore della musica significa privarsi di uno strumento prezioso di dialogo tra i popoli. La vera sfida per le nostre istituzioni culturali dovrebbe essere quella di proteggere questi spazi sacri dell’arte, luoghi dove l’unico criterio di giudizio rimane la qualità artistica e dove la bellezza può ancora parlare a tutti, senza distinzioni.



