Di Simone Ortolani
Quando le piazze iraniane continuavano a sfidare il potere teocratico, l’opposizione all’estero delineava i contorni di quello che potrebbe essere il futuro del Paese. Un futuro che, per Francesco Di Bartolomei, responsabile dei rapporti con gli Enti locali dell’Associazione Italia-Iran, non può prescindere dalla figura e dalla visione politica del Principe Reza Ciro Pahlavi. «Il Principe ha lavorato dieci anni per unire le anime del dissenso — spiega Di Bartolomei — e oggi quella visione è diventata il baricentro di una coalizione che va dai repubblicani all’estrema sinistra».
La mano tesa all’esercito
Il punto più delicato riguarda la transizione. Come evitare il caos di un vuoto di potere? Di Bartolomei è netto nel riportare la strategia del Principe: «È prevista un’amnistia generale. Serve a garantire l’unità nazionale ed evitare le ferite aperte in altri contesti post-dittatoriali. L’invito ad abbandonare il regime è rivolto all’Artesh, l’esercito regolare, e al clero moderato». La distinzione è politica e chirurgica: «I crimini contro l’umanità riguardano i Pasdaran e i Basij. Per tutti gli altri, la porta di un Iran democratico è aperta, purché si agevoli il passaggio di poteri».
Il bivio referendario
Nonostante il legame con la storia imperiale, la linea sposata da Di Bartolomei non è una restaurazione tout court, ma un percorso democratico guidato dal Principe Reza Ciro Pahlavi. «Il Principe si pone come garante super partes. Se domani il popolo, in un libero referendum, dovesse scegliere la repubblica anziché la monarchia costituzionale, la sua posizione rimarrebbe al servizio della nazione. Anche se — aggiunge — siamo convinti che la monarchia parlamentare sia oggi il modello più capace di tenere insieme le diverse minoranze del Paese».
L’appello ai governi occidentali
L’intervista si sposta poi sul ruolo dell’Italia e dell’Europa. Di Bartolomei riporta la richiesta formale che la coalizione del Principe rivolge alle cancellerie: «Non basta la solidarietà. Chiediamo all’ONU e ai governi di chiudere le ambasciate della Repubblica Islamica. È incoerente dialogare con un regime che ha ucciso 50mila persone». Pur lodando l’impegno del ministro Tajani per l’inserimento dei Pasdaran nella lista nera UE, Di Bartolomei insiste: «Serve il totale isolamento diplomatico».
L’eredità dello Scià
Infine, uno sguardo al passato. Rispondendo alle critiche storiche sul governo di Mohammad Reza Pahlavi, morto nel 1980, Di Bartolomei non elude il tema della SAVAK, ma lo contesta con i numeri: «Qualsiasi ombra del passato impallidisce di fronte alle atrocità attuali. Lo Scià operò in piena Guerra Fredda, ma il suo vero lascito è un Iran laico, moderno e rispettoso dei diritti delle donne. Quella modernizzazione sociale è il seme da cui deve rinascere l’Iran di domani sotto la guida del Principe».



