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martedì 14 Aprile 2026
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Nino Bixio, una vita difficile

Il signor Tommaso Bixio era direttore della Zecca di Stato di Genova e aveva messo al mondo otto figli. L’ultimo, Gerolamo, nato nel 1821, è colui che conosciamo come Nino.
Andò tutto bene fino al 1830, quando la madre, Colomba, morì e il padre si risposò con Maria. Lei dominava la famiglia e proprio non lo sopportava, quel bambino ribelle e polemico, spesso punito dagli insegnanti e infine espulso da scuola.

Alla fine lo imbarcarono, a soli tredici anni, come semplice mozzo su una nave diretta verso le Americhe. Dopo tre anni tornò a Genova, ma in casa non lo volevano. Viveva come un barbone nelle baracche del porto, e spesso i fratelli gli passavano una scodella di zuppa di nascosto, dalla finestra di casa.

La famiglia, a un certo punto, si ricordò di lui: doveva arruolarsi nella Marina Militare al posto di un fratello che, così, secondo le leggi del tempo, avrebbe evitato la lunga ferma. Nino non ne aveva alcuna voglia, e il padre arrivò a farlo arrestare. Alla fine gli misero una divisa e lo imbarcarono sulla nave Aquila, dove, una volta tanto, si fece benvolere dal comandante.

Congedato, rientrò a Genova, ma si innamorò della nipote Patrizia, figlia di sua sorella. La famiglia ne fu sconvolta, ma la ragazza ricambiava il sentimento dello zio e, dopo undici anni di tribolazioni e contumelie parentali, i due si sposarono.

Nino girava a vuoto e combinava soltanto guai. Finalmente arrivò l’incontro decisivo con Giuseppe Mazzini, esule in Francia. Il rabbioso ribelle trovò un centro di gravità permanente: si impregnò di ideali patriottici e repubblicani, si introdusse in un mondo che apprezzava il suo coraggio fisico e il suo spirito avventuroso.

Si arruolò come sottotenente nell’Esercito del Re di Sardegna durante la Prima Guerra di Indipendenza, nel 1848. Poi si precipitò a Roma: il Papa Re non c’era più, avevano proclamato la Repubblica. Nino combatté bene, si fece apprezzare da Giuseppe Garibaldi e nacque così un sodalizio con l’Eroe dei Due Mondi, che lo elevò al grado di maggiore.

Seguì Garibaldi in Sicilia, dopo aver persino tentato di rapire l’imperatore Francesco Giuseppe in visita a Venezia. Divenne padre di quattro figli, uno dei quali chiamò Garibaldi e un altro Camillo, come Cavour: segno che la sua devozione mazziniana stava ormai scolorendo.

Si era dimostrato un combattente audace e spavaldo, ma con tratti di ferocia che poco si addicevano a una lotta di liberazione. Fu promosso generale e, nel 1861, la sua Genova lo risarcì di tante amarezze eleggendolo deputato del Regno. Prese posto fra gli eletti della Destra: la sua avventura con i radicali e i democratici era ormai conclusa.

Nel 1870 partecipò alla presa di Roma, ma i comandanti dell’Esercito, temendo i suoi colpi di testa, lo tennero prudentemente lontano dall’Urbe, relegandolo sulla via di Civitavecchia. Nino aveva infatti dichiarato a tutti di voler cannoneggiare San Pietro…

A cinquant’anni fu nominato senatore. Avrebbe potuto accontentarsi, ma non fu così: aveva la passione dei viaggi e voleva arricchirsi con il commercio in Oriente. La nuova Italia pacifica e sazia gli andava comunque stretta.

Coprendosi di debiti, fece costruire da un cantiere inglese una grande nave commerciale e si inoltrò nell’Oceano Indiano. Un giorno imbarcò un pilota locale che per poco non lo fece naufragare e, quando costui gli chiese una referenza scritta per futuri imbarchi, Nino, sorridendo, gli rilasciò una pergamena in cui raccomandava di far frustare a sangue l’inetto navigante.

La Nemesi lo attendeva nell’isola di Sumatra, ribellatasi al dominio coloniale olandese. Il patriota, ormai a corto di denaro, si abbassò ad accettare un nolo dal governo coloniale, che voleva trasportare una banda di mercenari e tagliagole sull’isola insorta. Fra questi mercenari qualcuno portò a bordo della nave Maddaloni il colera, che uccise anche il comandante e proprietario Nino Bixio. Era il 1873.

Nel 1877 le sue ceneri furono riportate a Genova e inumate nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

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