Il corbezzolo è un albero da frutto sempreverde che espone contemporaneamente, nello stesso esemplare, foglie verdi, fiori bianchi e frutti rossi.
Quando i navigatori greci si inoltrarono nell’Adriatico, tre millenni fa, approdarono a una costa montuosa ricoperta di corbezzoli: nella loro lingua Koneros, così chiamarono Conero quel monte. Il poeta Virgilio raffigura il guerriero Pallante che, ucciso per aver preso le parti di Enea e dei troiani sbarcati nel Lazio, viene adagiato su una barella di rami di corbezzolo; di questo albero parla anche Ovidio nell’Età dell’Oro.
Plinio il Vecchio è più spiccio: il frutto del corbezzolo non gli piace e denomina l’albero Arbutus Unedo, termine ancora in uso oggi, a voler dire che la bacca rossa non ha sapore – ne mangi una e non vuoi mangiarne altre. L’anti-ciliegia, insomma.
L’albero cresce nel bacino mediterraneo, in Italia dappertutto tranne che sulle Alpi; raggiunge un’altezza di sei o sette metri, ma certi esemplari raggiungono i nove metri (come il corbezzolo di Castagneto Po, Torino) o addirittura i quindici, come il grande esemplare che vegeta nel parco del Castello di Miramare, a Trieste, chiamato il “corbezzolo di Massimiliano” a ricordo del futuro, sfortunato imperatore del Messico.
In realtà i suoi frutti sono sempre stati apprezzati dall’uomo: Plinio era un pochino schizzinoso. Vengono mangiati freschi, conservati, anche trasformati in una bevanda poco alcolica, il vinetto, distillato nelle Marche. Anche le api lo hanno sempre frequentato per produrre il miele.
La provincia di Ancona lo rappresenta nel suo stemma, riprendendo una moneta greca locale del terzo secolo a.C., con i frutti dorati, però. Rossi e bramati da un’orsa sono i frutti dell’albero di corbezzolo che figura nell’emblema di Madrid, che forse deriva il suo nome dal vocabolo spagnolo madroño, appunto corbezzolo.
Il poeta Giovanni Pascoli non si sottrasse al fascino dell’albero tricolore e, richiamandosi all’Eneide, compose il carme “Inno a Roma”, che descrive un presagio di italianità nel martire Pallante.
Il corbezzolo, insomma, fu arruolato nella compagine risorgimentale, e il vegetale conobbe una stagione di rinnovata diffusione nei parchi e nei giardini della Penisola.
L’albero continua a colorare (in autunno, soprattutto) di bianco, rosso e verde la macchia mediterranea, ma vuole anche intrigarci con il piccolo mistero della sua diffusione nell’Irlanda meridionale, dove forse fu portato dai monaci cristiani, o forse da altri, chissà…
Comunque, il guerriero Pallante, prima di essere ammazzato, ci dice il poema, ne fece fuori sette: una tradizione racconta che il nome di uno dei sette colli, il Palatino, deriva proprio da lui.



