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Da Forlì a Roma, l’interpretazione e la creazione: Valentina Ghetti e l’arte come cura

Dal palco alla regia, dal cinema ai laboratori sublimanti, Valentina Ghetti ci dimostra che ogni esperienza può trasformarsi. E che la vita stessa, con le sue ferite illuminate, può diventare un’ opera d’arte. Oggi è il suo compleanno e la redazione di Romagna Più le rivolge con affetto e ammirazione i migliori auguri.

Chi è Valentina Ghetti?

Valentina Ghetti – forlivese d’origine –  parla con la precisione di chi ha attraversato il palcoscenico da entrambi i lati: prima come interprete, ora come autrice e regista. Nel 2019 ha compiuto una scelta radicale, abbandonare le scene per dedicarsi interamente a scrittura e regia. Una trasformazione che racconta molto di più di un semplice cambio di ruolo.

Dopo oltre un decennio tra fiction RAI (Provaci ancora prof 4, Cesare Mori, La Ladra, Piper…), cinema (Classe Z di Guido Chiesa, Credimi! di Luna Gualano) e teatro, ha sentito l’urgenza di raccontare,  piuttosto che interpretare. I  punti di svolta? Un’ esperienza traumatica, il lavoro su se stessa e La Gabbia di Carne, spettacolo  del 2014, finalista al Fringe Italia e raccontato in un editoriale del TG1.

Negli ultimi anni, le sue opere hanno ottenuto riconoscimenti in festival nazionali e internazionali: dal premio Best Italian Web Series 2021 per la serie web How To, al podio come finalista del Premio ALF Donne Sceneggiatrici 2024 per Franz. Ha firmato sceneggiature interpretate da attori internazionali e premi Oscar come F. Murray Abraham e Danny Glover e nel 2026 uscirà nelle sale e su piattaforma Blue, film drammatico sul mondo di Only Fans.

Oggi è un’ occasione, una data speciale… siamo contenti  di averti in intervista con noi. Ci puoi svelare il perché?  

«Il 27 settembre è una data importante,  ho 3 motivi per festeggiare: il mio compleanno,  20 anni di vita a Roma e… la scelta di tornare alla “luce” dopo anni di ricerca e “isolamento”, con il mio sito personale  VALENTINA GHETTI – Laboratori di teatro sublimante.

Si tratta di una landing page dove ho raccolto il  passato per prepararmi ad accogliere il futuro.   La mia formazione, i lavori come regista e sceneggiatrice ma soprattutto la mia creazione: il metodo Ghetti e i laboratori sublimati. 

Non essendo particolarmente attiva sui social, avevo necessità di ritagliarmi  uno spazio, di distinguermi  dalla mia omonima  booktoker, di raccontare  chi fossi, affrontando  le mie resistenze. 

Dopo vent’anni a Roma ti senti più romana o romagnola? 

«Come diceva Sordi della Carrà: “Romana fuori e gnola dentro”,  ecco… è così!  Roma è la città dove ho vissuto il passaggio dalla fanciullezza alla maturità, mi ha accolta e tradita al contempo. La amo profondamente perché continua a stupirmi ed emozionarmi. Non la cambierei mai. La Romagna mi stava stretta, era troppo piccola per me. Ci torno qualche volta per stare in famiglia. 

Sarebbe bello tornarci come regista,  ma sembra che manchi l’attenzione e l’interesse, da parte delle realtà locali,  nel dare voce e valorizzare i propri talenti.  Dalla film commission ai teatri vi è molta chiusura e spesso alcuna risposta». 

Nel tuo sito, molto bello, vi è una sezione dedicata al  Metodo Ghetti. Ce ne parli?

«L’arte è cura. Tutti trasformiamo il dolore per sopravvivere in modo inconscio: con lo sport, nel lavoro, nelle passioni. L’artista lo canalizza  attraverso l’ arte. I laboratori del Metodo Ghetti permettono di convertire i ricordi negativi in monologhi teatrali e atti creativi. In questo modo è come se avessi sistematizzato il processo di sublimazione artistica, rendendolo accessibile a tutti!». 

Come funzionano i laboratori sublimanti? 
«Sono percorsi artistici e  libertari che  combinano recitazione, scrittura e consapevolezza. I laboratori si strutturano in piccoli gruppi, prevedono incontri di gruppo e sessioni one-to-one. Si lavora sul corpo, sulla ricerca del  protagonista interiore, sulla voce, sull’ identità e sulla scrittura creativa. A metà percorso, ogni partecipante riceve il proprio monologo. Da quel momento, come una vera e propria compagnia, tutto sarà rivolto alla messa in scena: prove e il debutto finale!».

Come sceneggiatrice, perchè  ti definisci una strutturalista convinta? 

« Nella struttura vi è l’essenza. La sceneggiatura è una partitura matematica, dove ogni scelta ha cause ed effetti. Ogni elemento deve guidare il protagonista in un  viaggio evolutivo al fine di sanare la sua ferita. La scrittura non è libera come in un romanzo, deve rimanere entro circa  100 pagine e seguire regole precise. Le emozioni devono tradursi in  immagini, si deve tenere conto della  tessitura psicologica  del protagonista e delle esigenze emotive del pubblico. Il riferimento al “viaggio dell’eroe” è centrale: ogni personaggio attraversa un arco di trasformazione che segue logiche precise ma profonde, capaci di tradurre in insegnamenti  esperienze complesse. E’ necessario conoscere perfettamente la struttura per poterla distruggere consapevolmente. L’assenza di fondamenta provoca il crollo dell’edificio, no?».

Ci sono vicende che hai attraversato artisticamente che ti sono rimaste particolarmente legate? 
«Sicuramente la vita di Niki de Saint Phalle, artista visionaria, celebre per il Giardino dei tarocchi,  che ha trasformato le  violenze subite e dolore in arte. “L’arte è vita, è liberazione”»”, diceva, filosofia che guida il mio lavoro. Oppure la storia di Francesca Scanagatta, prima donna Ufficiale arruolata in  un esercito – italiana e sconosciuta ai più- guerriera indomita e madre fuori dagli schemi. Insomma… vicende di esseri umani che hanno scalato grandi vette ma solo dopo aver attraversato drammi e difficoltà».

Nella tua ultima regia Quasi Papa al teatro dell’ Efebo della valle dei Templi di Agrigento, hai diretto Franco Oppini. Come è stato? 

«Direi un’esperienza unica. Ci siamo conosciuti, recitando insieme in Provaci ancora Prof 4, andavamo sul set con lo stesso pick-up perché abitavamo vicini. 

Ritrovarci di nuovo, in ruoli diversi, è stato un immenso piacere. Lavorare con un’artista eclettico e completo –  oltre che mattatore geniale –  non può che arricchire il lavoro di un regista». 

Il pubblico applaude Franco Oppini, Valentina Ghetti e il cast degli attori di «Quasi Papa»

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