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Giorgio La Malfa a «Romagna Più»: «Giovanni Spadolini, statista complesso e intellettuale insondabile»

Giorgio La Malfa, economista, saggista e politico italiano, è stato deputato del Partito repubblicano italiano, parlamentare europeo in due legislature, ministro del Bilancio e della Programmazione economica tra il 1980 e il 1982, e ministro per le Politiche comunitarie dal 2005 al 2006. Nel centenario della nascita del primo presidente del Consiglio «laico» della storia della Repubblica italiana, La Malfa ricorda Giovanni Spadolini: «Un uomo capace di grandi realizzazioni».

Onorevole La Malfa, dopo la scomparsa di suo padre nel 1979, Spadolini assunse la guida del Pri. Come descriverebbe quel passaggio politico?
«In quel momento si doveva prendere atto che la fase della solidarietà nazionale, nella quale mio padre si era impegnato fin dai primi anni Settanta, si era conclusa – o quanto meno interrotta – per ciò che era avvenuto nel corso del 1978: l’uccisione di Aldo Moro e la decisione di Berlinguer, nel dicembre di quell’anno, di ritirare il Pci dalla maggioranza, provocando la crisi del governo Andreotti.

Occorreva esplorare soluzioni nuove, e Spadolini gestì una svolta politica inevitabile. Il nostro punto di divergenza – pur nella cordialità dei nostri rapporti – riguardava il ritorno al centrosinistra allargato al Partito liberale. Io avvertivo la necessità di cercare soluzioni più innovative, come un nuovo rapporto col Pci, se avesse superato le sue pregiudiziali; cominciai a parlare di governi tecnici, appoggiai l’ipotesi di portare al governo il governatore della Banca d’Italia.
Spadolini, al contrario, restò fino in fondo fedele, dopo i governi Cossiga e Forlani, alla formula dei cinque partiti del centrosinistra allargato».

Giorgio La Malfa

Quanto fu importante per la carriera politica di Spadolini l’intesa col Partito socialista di Craxi? In che modo questa alleanza influì sulla linea del Pri?
«Il centrosinistra allargato rappresentava una possibilità storica, ma su di esso le divergenze erano profonde. La precedente fase della solidarietà nazionale aveva visto il Psi fortemente contrario. Craxi, eletto segretario alla fine del ’76, rifiutava apertamente quell’ipotesi, pur non avendo ancora una posizione sufficientemente consolidata nel partito per contrastarla apertamente.
Craxi puntava a rendere stabile l’esperienza del centrosinistra allargato. Spadolini, con la cautela che gli era propria, aderì di fatto a quella linea. Io però ero convinto che il Psi avrebbe finito per rallentare un’evoluzione politica che consideravo inevitabile.
Lo si vide con chiarezza fra il 1989 e il 1991, con la caduta del Muro di Berlino. Le ragioni che avevano giustificato per decenni l’alleanza con la Dc – collocazione internazionale, opposizione al comunismo – venivano meno. Tra l’89 e il ’91, con lo scioglimento dell’Urss, era giunto il momento di aprire una nuova fase.
Da segretario del Pri, dal 1987, mi scontrai duramente con i socialisti. Sostenevo che occorresse superare il rapporto con la Dc e coinvolgere il Pci nel suo processo di cambiamento, per costruire un’alternativa. Craxi vedeva questa possibilità, ma la rimandava. Forse sperava che, restando al governo fino al ’92, il Psi potesse beneficiare della crisi del Pci e, come fece Mitterrand in Francia, includere i comunisti indeboliti in una nuova alleanza.
Fu un errore politico che, al di là di Mani Pulite, costò a Craxi la fine della carriera. La crisi era già arrivata. In quegli anni ’80, Spadolini e io ci trovammo spesso su posizioni diverse. Fortunatamente, il Pri non era attraversato da correnti. Si discuteva negli organi dirigenti, ma la dialettica restava politica, mai sul piano personale

Lei, da ministro del Bilancio, sconsigliò a Spadolini di accettare l’incarico di presidente del Consiglio offertogli da Pertini. Come valuta oggi quella decisione?
«La mia era una valutazione tecnica, legata alla condizione della finanza pubblica e alle regole parlamentari di allora. Il Parlamento votava per scrutinio segreto, e spesso gli emendamenti dell’opposizione venivano approvati grazie a franchi tiratori, destabilizzando il governo, soprattutto in materia di bilancio.
Da ministro del Bilancio, dissi a Spadolini: “Serve un presidente del Consiglio democristiano e un ministro del Tesoro democristiano. Se la Dc non è compatta, e il ministro del Tesoro è di un altro partito, la deresponsabilizzazione della Dc può portare l’Italia a una grave crisi finanziaria”.
Spadolini, più ottimista, mi replicò: “Sarò in grado di controllare le dinamiche politiche nel governo”. E, in parte, ci riuscì. Per due anni, con grande abilità – sorprendente per un intellettuale puro, che proveniva dall’università e dal giornalismo – tenne la situazione sotto controllo, pur avendo ministri ostili come Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, e Rino Formica, ministro delle Finanze.
La crisi che pose fine al suo governo fu esattamente ciò che avevo previsto: uno scontro tra Dc e socialisti. La famosa “lite delle comari”, fra Formica e Andreatta, fu il colpo di grazia.
In quegli anni, Andreatta lasciò correre deficit enormi. Il mio ministero – quello del Bilancio – vedeva tutto, ma non aveva potere d’intervento. Il deficit salì da 50 a 70 miliardi in un solo anno. Avevo avuto ragione, ma riconosco a Spadolini grande valore come presidente del Consiglio. E pochi mesi dopo, come Pri fummo premiati con un ottimo risultato elettorale».

Una scelta controversa fu il rientro di Randolfo Pacciardi nel Pri. Spadolini era un uomo di destra?
«Il rientro fu votato all’unanimità. Io fui favorevole. Aggiungo che quando Pacciardi morì nel ’91 fui io a tenere il discorso funebre nella cerimonia laica davanti a Montecitorio. Dissi: “Se fosse stato vivo mio padre, sono certo che questo discorso l’avrebbe fatto lui”.
Avevo parlato a lungo con Pacciardi. La sua fase “di destra”, quella del presidenzialismo, era ormai superata. Era un uomo lucido, reinserito pienamente nella tradizione repubblicana.
Quanto a Spadolini, era un uomo di destra? In realtà, era imperscrutabile. Il suo eloquio chiaro nascondeva sempre qualcosa. Era difficile capire cosa pensasse davvero. Aveva la straordinaria capacità di sorvolare i punti delicati del suo pensiero».

L’anno scorso su Repubblica pubblicò un ritratto di Spadolini dal titolo “Un finto buono che non cedeva mai”. È il suo giudizio definitivo su Spadolini?
«Quel giudizio era di Indro Montanelli, suo amico, che diceva: “Per capire Spadolini non bisogna guardare il sorriso, ma gli occhi gelidi”.
Spadolini era un uomo duro. Cordiale, con un tratto umano affabile, ma sostanzialmente duro. E aveva una capacità realizzativa sorprendente.
Quando fu ministro dei Beni culturali nel governo Moro-La Malfa del ’74-’75, ottenne da Moro un decreto legge – evento raro allora – per istituire il ministero. Volle che si chiamasse “Ministero per i Beni culturali” e non “della Cultura”, come accade nei regimi totalitari, diceva lui, e non “dei Beni culturali” come se lo Stato ne fosse il proprietario.
In pochi mesi ottenne la conversione in legge, sottrasse archivi, biblioteche e soprintendenze al Ministero dell’Istruzione, e creò un ministero funzionante. Spostò intere divisioni di personale tra ministeri: una rivoluzione nella burocrazia italiana.
Era capace di molto più di quanto si potesse immaginare. E quando non voleva spiegare cosa stesse accadendo, ripeteva: “La situazione è complessa e per certi versi insondabile”. Ma la verità è che insondabile era lui. Questo è il mio ricordo: una persona complessa e, per certi versi, insondabile».

Simone Ortolani

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