Da una «vocazione» per i «soldi facili» a un percorso di formazione sul campo al fianco della rockstar più famosa d’Italia. Laura Gigante, l’attrice scoperta da Vasco Rossi, si racconta senza filtri, parlando dei suoi esordi fortuiti, delle sfide del teatro e della sua personalità «Fuck the system» che l’ha resa un’amica del pubblico e del set.
Laura, la tua carriera è iniziata in modo molto atipico. Mi raccontavi che la tua vocazione non era per la recitazione, ma per i «soldi facili» – dici ridendo. Come sei arrivata al cinema?
«Vocazione… in realtà non avevo questa grande vocazione per fare l’attrice, eh. Ho una cugina, Giovanna Rei, che recita in fiction e pensavo: “Beh, con un film ti guadagni dei soldi facili!”. In realtà, mi ispirava molto di più fare la modella, mi piace tantissimo farmi fotografare, ancora oggi. Già da piccola, dagli otto-nove anni, dipingevo e facevo un sacco di foto, sempre molto cinematografiche. Poi, a 19 anni, mi sono ritrovata dentro la produzione di quello che sarebbe diventato AlbaKiara di Vasco Rossi. Non sapevo nemmeno come funzionassero i provini! Mi chiesero cosa avessi fatto il giorno prima, e io ho raccontato semplicemente quello che avevo fatto. Da lì non mi hanno mollata più.»

Com’è stato lavorare con Vasco? Ho letto che avevi un legame speciale con le sue canzoni già prima di conoscerlo.
«È stato surreale. Vasco per me era un mito – e io non ho mai avuto miti, ma lui sì. Il mio primo fidanzatino si chiamava Nico, come il protagonista del film, e io studiavo tutto il repertorio di Vasco per fare colpo su di lui! Quando mi sono trovata accanto a lui, era come stare col migliore amico. È una persona che ti mette subito a tuo agio. All’inizio era magico, poi il lavoro è diventato pesante: è durato quasi tre anni. Ma per me, che ero “figlia ‘e nsciuno”, cioè senza agganci, iniziare con la rockstar più famosa d’Italia è stata un’esperienza unica».
Hai detto che nel film ti sei buttata «senza sapere nulla». Il teatro, con il suo rigore tecnico, ti ha costretta a cambiare approccio? Che ruolo ha avuto la Medea in questo percorso?
«Dopo AlbaKiara ho iniziato a studiare, perché di tecnica non ne avevo: zero! Nel film ero stata me stessa. Poi a Roma ho lavorato con registi come Matteo Tarasco, e a Bari ho avuto più spazio per fare spettacoli dove contava tantissimo l’uso della voce. Il ruolo che mi ha cambiata è stato Medea. All’inizio mi chiamavano “Maddie”. Era complicatissimo: Medea è buona e cattiva insieme”. Poi ho trovato la chiave: prima di entrare in scena mi immaginavo su una nave che guidavo col pensiero, con tutta la flotta dietro di me. Quella visione mi dava la forza di tirare fuori la voce dal diaframma. In quei momenti non ero più una bandierina al vento: ero una guerriera».

Oltre al teatro, hai lavorato molto con i bambini. Perché questa scelta? E qual è la differenza tra lavorare con un pubblico così puro e uno adulto?
«Già al liceo inventavo scenette teatrali per i doposcuola. Poi a Roma e a Bari ho collaborato con associazioni nelle scuole. Mi piace troppo condividere emozioni e vedere i bambini aprirsi, sentirsi al sicuro con me. Con loro è tutto puro. Con gli adulti è più difficile: hanno blocchi, fisse, sovrastrutture mentali. Però, quando anche gli adulti riescono a lasciarsi andare, succedono cose belle. Il teatro ha questo potere.»
Hai fatto anche film horror. Ti divertivi?
«Tantissimo! La cosa che mi affascinava erano gli effetti speciali. Con Sergio Stivaletti, nel suo studio, mi hanno fatto il calco di tutto il corpo: faccia, mani, piedi… perché in un film mi spaccano tutta! Mi divertivo come una pazza. Ho smesso per mio padre, che è cristiano evangelico. Mi disse che fare horror era sbagliato, come evocare Satana, il male. Io l’ho ascoltato, non me ne sono pentita, anche se adesso gli horror stanno tornando di moda. È stata comunque un’esperienza bellissima.»

Bologna Brigante: che esperienza è stata per te?
«Bologna Brigante è stata un’esperienza molto significativa, una produzione giovane e indipendente, realizzata da ragazzi giovanissimi. Questo ha creato subito un ambiente collaborativo e familiare, molto diverso dai set più commerciali. Nel film interpreto un personaggio altolocato bolognese, molto distante dal mio background napoletano e dal mio modo naturale di essere. Per me, la sfida principale è stata rendere comico e credibile un ruolo così diverso dal mio carattere.
Ho studiato con grande attenzione la postura, i gesti e le sfumature comportamentali del personaggio, ispirandomi a figure tipiche di un certo tipo di eleganza e rigore. È stato un lavoro duro, perché il ruolo richiedeva sincerità senza perdere leggerezza. Vedere il risultato finale e ricevere feedback positivi è stato incredibilmente gratificante. Questa esperienza mi ha confermato che, anche affrontando ruoli lontani da me, è possibile trasmettere emozione e autenticità. Mi ha dato anche una grande fiducia in me stessa: ho capito che posso mettermi in gioco e affrontare personaggi complessi, pur restando fedele al mio modo di essere.»
Il tuo atteggiamento, molto sincero e privo di sovrastrutture, dà l’impressione che tu voglia lanciare il messaggio “Fuck the system”. Questo tuo modo di essere non ti ha mai penalizzata? E, a proposito di modelli artistici, a chi ti ispiri per il tuo lavoro?
«È un atteggiamento che nella vita è bellissimo, ma nel lavoro ti penalizza. La gente ha paura, e se fai paura le persone non ti vogliono. Vasco diceva che ero una persona pura, ma che dovevo stare attenta: “Così fai una brutta fine, ti mangeranno”. Ma ho imparato che a volte la mia verità fa paura. Comunque, non è che mi ispiri a un’attrice sola. Mi piace studiare il lavoro tecnico di certe dive, quelle “irraggiungibili”. Per esempio, per Il primo mostro di Bari su RaiPlay, interpretavo una prostituta napoletana con le sembianze di Grace Kelly. Mi sono studiata Grace Kelly dall’inizio alla fine: i suoi movimenti, la sua regalità, tutto. Ho fatto lo stesso con Kate Winslet, perché adoro come riesce a essere naturale e intensa allo stesso tempo. Oppure con Charlize Theron e Nicole Kidman, che hanno questa capacità di trasformarsi e restare sempre eleganti e potenti. Io copio il lavoro tecnico, i movimenti, ma le emozioni restano sempre le mie. Alla fine sei tu, con la tua verità, che arrivi al pubblico».



