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sabato 13 Giugno 2026
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Bandiera Rossa

La letteratura coloniale prodotta dall’Italia è piuttosto modesta; spesso si riduce a vuote narrazioni nelle quali il civilizzatore incontra indigeni sprovveduti e feroci che vanno immessi a forza nella modernità. Il tutto con lo stucchevole contorno della potenza romana che si riaffaccia in Africa dopo un’assenza di secoli, come se nel frattempo non fosse accaduto nulla. Un’eccezione notevole a questo panorama è il libro Kai Bandera, scritto da Ettore Formenti, che negli anni Trenta combatté in Etiopia come ufficiale del nostro esercito.

Kai Bandera significa «Bandiera Rossa», ed era l’insegna del reparto indigeno da lui comandato: una torma di circa cinquecento guerrieri abissini irregolari, da non confondere con gli Ascari, anch’essi indigeni ma inquadrati regolarmente nella struttura militare italiana. Quelli della Bandiera Rossa erano arruolati come capitava – noi diremmo oggi «a contratto». Combattevano, ricevevano un fucile e del cibo, si portavano dietro le famiglie e, quando si stufavano, se ne andavano. L’ufficiale e un sottufficiale italiano erano gli unici bianchi: i sergenti indigeni rappresentavano l’unico tramite fra la massa e il comandante, ed erano proprio loro ad assicurare la disciplina e la coesione del reparto.

Se l’ufficiale italiano, racconta l’autore, superava la prima prova di coraggio, poteva stare certo che non avrebbe avuto problemi, altrimenti erano guai; i guerrieri non accettavano di essere comandati da un pusillanime e lo avrebbero ucciso loro stessi. La prova di coraggio consisteva in questo: al primo scontro con il nemico, l’italiano doveva dare l’ordine di attacco («Savoia!»), uscire allo scoperto e affrontare il fuoco. Per qualche interminabile secondo i suoi soldati non si sarebbero mossi e l’ufficiale sarebbe rimasto completamente solo, in una posizione di grande pericolo. Poi, di colpo, i sottufficiali indigeni sarebbero corsi a fargli da scudo con i loro corpi e i soldati neri si sarebbero lanciati all’assalto. L’ufficiale li convinceva così del proprio coraggio, dimostrando che valeva la pena farsi ammazzare per un leader del genere. Da quel momento in poi gli avrebbero obbedito senza discutere.

Un giorno, durante uno scontro con i partigiani etiopici, uno di loro corse in avanti per soccorrere la sua donna, combattente anch’essa, colpita gravemente dal fuoco italiano e ormai moribonda. Il suo uomo non ebbe esitazioni e corse da lei allo scoperto, senza curarsi del pericolo. L’ufficiale italiano fece appena in tempo a ordinare di non sparare e l’uomo si salvò. Quest’ultimo, colpito a sua volta dal gesto del nemico, si arruolò in seguito nella stessa banda che prima aveva combattuto.

Formenti, che poi rientrò in Italia e divenne generale degli Alpini, tratta con molto rispetto quei guerrieri africani, subalterni o avversari che fossero, i quali obbedivano a codici d’onore rigidi e sconosciuti. Comprende, a differenza di altri autori intossicati dal razzismo e da un paternalismo peloso, che tra essi esisteva una civiltà diversa dalla nostra, irriducibile ai nostri schemi: sia a quelli dell’epoca, sia, forse, a quelli di oggi. Leggendo le pagine del libro si entra in un mondo dove ognuno – il comandante, i sottufficiali indigeni, i soldati neri – deve dimostrare agli altri di essere degno di ciò che vuole sembrare.

(Ettore Formenti, «Kai Bandera», Edizioni Mursia, 2000)

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