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Intervista esclusiva. Stefania Craxi: «Nenni e mio padre, due socialisti uniti dall’amore per l’Italia»

Di Simone Ortolani

Due generazioni, accomunate dall’impegno per l’autonomia del socialismo e da una comune visione riformista. Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato, ripercorre in questa intervista il rapporto tra il padre Bettino e Pietro Nenni, leader storico del Partito Socialista Italiano, nato a Faenza.

Quando Bettino Craxi entrò nella direzione del Psi nel 1965, con l’appoggio decisivo di Pietro Nenni, si realizzò un passaggio generazionale di grande rilievo. Nenni aveva 74 anni, Craxi appena 31: due fasi diverse della vita politica che si incontravano. Fu davvero un’investitura, un riconoscimento di continuità, o piuttosto la scelta di scommettere su una nuova generazione per rinnovare un partito che rischiava l’invecchiamento?

«Quello tra Nenni e Craxi era un sodalizio politico e umano che si nutriva di fede nell’autonomismo socialista e nel riformismo. Craxi entrò nel Comitato Centrale del Psi già nel 1957, restando sempre accanto all’uomo che definiva “capo e guida politica straordinaria”, anche nei momenti di difficoltà legati al mutamento degli assetti interni. Era affascinato dal suo intuito, dalla capacità di sintesi e di cogliere il fondo delle situazioni con rapidità, le doti fondamentali di un politico. Nenni, a sua volta, fu certamente il più grande sostenitore di Craxi, comprese fino in fondo la necessità di svecchiare riti e riferimenti dottrinali attraverso un ricambio generazionale che avrebbe potuto consentire al Psi di mettersi in sintonia con il contesto sociale in accelerata trasformazione. C’è un episodio che la dice lunga sulla solidarietà totale che Nenni garantì a Craxi nei tre anni e mezzo che intercorsero fra il Midas e la morte del leader romagnolo. Quando una riunione della Direzione di partito si protrasse fino a tarda ora, Nenni si rivolse al segretario – nella fase politica certamente più delicata per lui – dicendogli: “Scusami, sono molto stanco e vado a casa. Se hai bisogno del mio voto fammi chiamare, a qualunque ora”. E tenne il telefono di fianco al suo letto».

Stefania Craxi

Il rapporto tra Nenni e il Pci fu complesso: dall’alleanza del Fronte Popolare alla rottura dopo Budapest nel ’56, fino a un riavvicinamento negli anni Sessanta. Craxi, invece, ruppe in modo netto e definitivo, segnando una distanza profonda. Fu un gesto di discontinuità rispetto a Nenni o il compimento coerente di un’evoluzione già tracciata, anche se vissuta dal vecchio leader con ambivalenza?

«Alcune interpretazioni e giudizi furono diversi, e su questo pesò certamente il dato dell’esperienza storica e personale. Craxi non faceva mistero di appartenere ad una generazione che si era formata politicamente sotto il trauma della rivolta di Ungheria; e i traumi giovanili – argomentò il giorno successivo alla sua elezione a segretario – sono difficili da cancellare. Nenni aveva vissuto la vicenda ungherese come una delusione, un dolore, come una lacerazione, non come un trauma, e prima del ’56 aveva prevalso nella sua mente il desiderio di collaborare con i comunisti, salvo ricredersi quando gli apparve evidente che il marxismo-leninismo fosse incompatibile con la libertà. Da qui prese le mosse il cammino di Craxi, deciso a emancipare il socialismo italiano dalla condizione di parente povero del comunismo: un obiettivo che gli valse l’ostilità, e poi la demonizzazione, di Botteghe Oscure. Basterebbe rileggere le note riservate che Antonio Tatò inviava ad Enrico Berlinguer, per avere chiari i sentimenti di odio che albergavano nell’animo dei dirigenti del Pci».

Il compromesso storico proposto da Berlinguer fu un momento decisivo per la sinistra. Nenni lo seguì con attenzione; Craxi lo respinse con decisione, giudicandolo una minaccia per l’autonomia socialista. Quella scelta influenzò profondamente il destino del Psi. Fu, a suo avviso, una presa di posizione lungimirante, oppure un’occasione persa per contribuire a una trasformazione profonda della politica italiana?

«Il compromesso storico rappresentò l’apoteosi della stagione consociativa, alla quale Craxi contrappose l’esigenza di governabilità del Paese, ragionando in termini di ammodernamento dell’architettura istituzionale dello Stato che con ogni evidenza mostrava i segni del logorio del tempo. Anche in questo, il leader socialista fu profeta inascoltato. Quando divenne segretario, nel luglio 1976, l’interlocuzione diretta fra democristiani e comunisti rendeva pressoché residuale qualsiasi diverso apporto. Non è un caso che dopo le elezioni del 20 giugno prenda vigore la tesi del “socialismo in via di estinzione”, vale a dire la messa in discussione della possibilità stessa per il movimento socialista di giocare un ruolo autonomo nella dinamica politica italiana. Costretto nell’immediato ad accettare quello schema bipolare, Craxi non perse però occasione per aprire fronti polemici attraverso i quali veicolare l’immagine di un partito che sotto la sua guida tornerà ad essere vitale: in questo senso, la rottura del “fronte della fermezza” in occasione della drammatica vicenda Moro (che certo si connotava anche di motivazioni etiche profonde) e l’elezione di Pertini al Quirinale rappresentano i momenti salienti di un attivismo che mira a rompere il connubio Dc-Pci, ritenuto il principale ostacolo all’avvio di un processo di modernizzazione dell’Italia».

I due leader incarnarono stili molto diversi. Nenni, oratore classico, affondava le radici nella tradizione parlamentare e risorgimentale; Craxi parlava in televisione, usava i sondaggi, interpretava la politica come comunicazione e leadership. Fu un cambiamento inevitabile, imposto dai tempi, oppure si sarebbe potuta trovare una sintesi tra la forza della tradizione e l’efficacia dei nuovi strumenti?

«Craxi fu certamente un grande innovatore, un uomo che rivoluzionò i canoni di trasmissione del messaggio politico intuendo prima di altri la forza dirompente dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Il processo di personalizzazione era segno delle grandi trasformazioni che stavano accompagnando l’approccio stesso dei cittadini alla politica, e rispondeva all’esigenza di acquisire legittimazione diretta dalla fonte della sovranità popolare. Ciò era tanto più vero per un partito come quello socialista, il cui eccessivo frazionamento correntizio aveva generato effetti nocivi sul piano della chiarezza identitaria e programmatica. Craxi, però, restava un uomo del Novecento, era figlio di un secolo segnato dal protagonismo dei grandi partiti di integrazione di massa che hanno avuto il merito di garantire coesione sociale al Paese in un frangente temporale lungo e incredibilmente difficile, di alimentare la passione civile, di fare opera di alfabetizzazione politica, di formare e selezionare la classe dirigente. Il suo piglio modernizzante sul terreno stilistico e comunicativo si accompagnava del resto a un recupero della tradizione riformista, valorizzata dall’apporto del pensiero liberale».

Craxi, nel 1983, realizzò il sogno a lungo accarezzato da Nenni: portare un socialista a Palazzo Chigi. Quella scelta segnò un punto di arrivo o un punto di rottura? Fu la prova di una piena maturità politica del Psi o un cambiamento che trasformò la sua natura? E secondo lei, Nenni avrebbe condiviso quella strategia di puntare tutto sulla guida del governo?

«La stagione del centro-sinistra e l’ingresso nella ‘stanza dei bottoni’ avevano rappresentato per Nenni il coronamento di un percorso di ridefinizione strategica, ma al contempo quell’esperienza mise il Partito socialista di fronte alle anomalie della Costituzione materiale e ad un modo di governare in funzione di prevalenti interessi corporativi. L’apporto della compagine socialista fu tenacemente contrastato dal conservatorismo di matrice democristiana, con indubbi effetti negativi sul piano del consenso elettorale per via del Corso. Craxi, dal canto suo, muoveva dalla consapevolezza di dover impostare il rapporto con il partito cattolico su basi nuove, quelle della ‘pari dignità’, e in questo fu certamente favorito dalla progressiva perdita di spinta propulsiva della Dc dopo la scomparsa di Aldo Moro. L’esperienza dei governi Craxi aprì una pagina nuova di storia politica nazionale, segnata dall’assunzione del riformismo come bussola di riferimento per le scelte da compiere, in campo economico, sociale, sul terreno della proiezione internazionale del Paese».

Infine, guardando alle due stagioni del socialismo italiano, si può parlare di continuità o di una netta cesura? Quali valori e intuizioni del vecchio leader socialista romagnolo Craxi riuscì a portare nel suo progetto di governo, e quali invece appartenevano solo alla nuova fase politica, quella della modernizzazione e del protagonismo socialist

«Craxi pronunciò l’elogio funebre per il suo vecchio compagno, il 3 gennaio 1980. In quell’occasione, egli disse che Nenni non lasciava in eredità né una dottrina né un dogma, bensì “l’esempio di un grande amore per il popolo e per la patria, di un idealismo superiore marcato dalla fedeltà a una concezione del socialismo che sempre comunque vuole i suoi conti in regola con la libertà, l’esempio di uno spirito critico proteso nella ricerca della verità e della giustizia, non immune da errori che l’esperienza dei fatti e l’onestà intellettuale ha consentito di correggere”. Credo che Craxi abbia fatto proprio l’insegnamento del suo antico maestro, investendo le sue energie sul pragmatismo e rifiutando i dogmi ideologici. E oggi l’eredità di Craxi è più che mai viva, rappresenta un patrimonio di idee e intuizioni con le quali la politica è chiamata a confrontarsi, se non altro perché restano tuttora al centro dell’agenda e del dibattito pubblico molte delle problematiche sulle quali egli si era sforzato di fornire soluzioni e indicare una rotta».

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