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domenica 15 Febbraio 2026
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L’isola che non c’è… più

Nel giugno 1831, il mare tra Sciacca e Pantelleria ribolliva. Scosse di terremoto si susseguivano fino a Palermo e al largo si vedeva una colonna di fumo alzarsi per centinaia di metri; nelle acque e sulle spiagge non si contavano i pesci morti, avvelenati dai gas sprigionati dall’eruzione.

A luglio, dal fondale marino emerse un lembo di terra asciutta che cresceva con il passare dei giorni. Questa strana isola era apparsa proprio al centro del Canale di Sicilia e subito si pose la questione della sua sovranità.

Il 24 agosto sbarcò sull’isoletta un ammiraglio inglese, che vi piantò la bandiera e la chiamò Graham. A settembre arrivarono i marinai borbonici, seguiti dopo pochi giorni dai francesi, che la battezzarono Iulia e, a loro volta, vi piantarono il vessillo nazionale. Gli inglesi avevano trasformato la vicina Malta in una potente piazzaforte, i francesi stavano mettendo gli occhi sulla Tunisia e il Regno delle Due Sicilie intendeva difendere il proprio prestigio: insomma, in molti avevano qualcosa da ridire su quel pezzo di terra.

A quel punto, il Re Ferdinando II notificò ai governi di Londra e Parigi che l’isola era sua e che si sarebbe chiamata Isola Ferdinandea. I dotti evocarono la legge dell’Insula in mari nata: una terra emersa dal mare appartiene al primo che vi mette piede (in questo caso, la Gran Bretagna). Per essere certi del proprio diritto, due coraggiosi gentiluomini inglesi erano sbarcati sul suolo bollente e friabile per consumare una colazione a base di tè e sandwich. Very British…

Da Sciacca, un giorno, partì anche un peschereccio al comando del Capitano Fiorini. Una volta raggiunta l’isola, i suoi uomini scesero a terra ma, non avendo a portata di mano una bandiera, conficcarono un remo nell’instabile spiaggia a testimonianza della loro rivendicazione.

L’isola aveva nel frattempo raggiunto dimensioni ragguardevoli: una superficie di circa quattrocento ettari e un’altezza di sessanta metri, come un palazzo di venti piani. Ma mentre tutti litigavano per incorporarla nel proprio dominio, la creatura vulcanica cominciò a rimpicciolirsi. Era composta soprattutto di tefrite, un materiale che non resiste all’erosione del vento e del mare.

Nel gennaio 1832 l’isola era già scomparsa, inabissata con la stessa velocità con cui era venuta al mondo. Non si era però disintegrata: a pochi metri sotto la superficie esiste ancora e sulle mappe è denominata Banco Graham. Evidentemente, però, l’isola aveva nostalgia del sole di Sicilia: nel 1846 e nel 1863 riapparve per qualche tempo sopra il pelo dell’acqua, per poi affondare di nuovo. Nel 1968, il disastroso terremoto del Belice fece presagire un nuovo affioramento, preceduto da onde e gorgoglii, ma nulla accadde.

L’isola, o meglio il banco sottomarino, ebbe anche il suo “battesimo del fuoco”: nel 1986 alcuni aerei americani diretti a Tripoli la scambiarono per un sottomarino libico — trovandosi ad appena sette metri di profondità — e pare la colpissero con varie bombe. Vista la “mala parata”, si potrebbe ipotizzare che l’isola preferirà restare nascosta ancora a lungo nei fondali del Mediterraneo.

Per evitare future controversie, comunque, nel 2002 i sommozzatori della Marina Italiana hanno posizionato un tricolore sulla cima sommersa dell’ex isola. Di questa incredibile storia scrissero, tra gli altri, Flaubert, Jules Verne, Pirandello, Camilleri e Bufalino.

Finì così un sogno comune a molti: la natura crea dal nulla un’isola, ci arrivi per primo e diventa tua. Forse.

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